In antitesi alla fretta, alla frenesia, che invadono un sistema musicale che di anno in anno diviene sempre più industriale che artistico, vi sono musicisti che sanno prendersi il loro tempo, raccogliendo i sentimenti accumulati negli anni, le sofferenze e i successi; questi artisti sanno di non aver bisogno di sbrigarsi, che l’espressività non va forzata, ma che, anche attraverso un progressivo e accurato miglioramento delle proprie abilità, si giungerà con pazienza a cogliere quel che è veramente importante dire, il modo giusto in cui dirlo, cantarlo, sussurrarlo, alle orecchie incantate dell’ascoltatore, che dovrà essere altrettanto paziente per poter afferrare appieno ciò che ascolta. Sampha Sisay, in arte solo Sampha, è uno di questi musicisti.

Febbraio scorso ha rilasciato per la Young Turks il suo esordio da solista, intitolato accuratamente Process, in seguito ad anni di collaborazioni – da ricordare le sue meravigliose apparizioni negli album di SBTRKT, sino a quelle più recenti a fianco di Kanye West e Solange – e con solo due EP all’attivo, uno nel 2010, il secondo nel 2013. Per un cantante che è stato a lungo acclamato, in patria e all’estero, come una delle voci più ammalianti del nuovo decennio, Sampha ha saputo senza dubbio prendersi il tempo che riteneva fosse necessario perché potesse dirsi pronto a lavorare su un progetto nel quale travasare tutte le esperienze degli ultimi otto anni.

Process è anzitutto questo: una summa del Sampha-persona e del Sampha-musicista. Le esperienze intime scivolano lungo le dieci tracce del disco, facendo attenzione a non scadere mai nel lamento fine a sé stesso, né tantomeno nel massimalismo pseudo-romantico di certi cantanti contemporanei. Ciò che sorprende e non passa inosservato nella musica di Sampha è la spiazzante sincerità con cui il soul-man inglese sviscera le proprie paure, mostrando la fragilità che lo assale e muovendosi con voce d’etere tra l’elettronico e l’acustico.

Con la prima canzone, “Plastic 100°C”, è da subito chiara la coerenza introspettiva che connoterà tutta l’opera: Sampha si scopre sollevato dal suolo, racchiuso in una bolla che rischia di scoppiare e che lo sta portando troppo vicino al sole. Un neo-Icaro, che teme la caduta, che teme di sciogliersi sotto il calore impetuoso dell’attenzione mediatica, ma che non vuole che ciò freni le sue necessità espressive e artistiche. Le delicate corde che introducono la canzone vengono affiancate da giochi di cori e bassi martellii, discreti sotto la melodica voce, che nel ritornello spezza il velo della confessione e si rivela in tutta la sua carica commovente.

Segue “Blood on Me”, primo singolo e prova canora e musicale strepitosa, reminiscente dei beat elettronici di SBTRKT, ma riempita da un pianoforte che nel suo minimalismo spazia tra i sample vocali che aleggiano sull’incedere del ritmo, che assume i caratteri del post-R&B. La traccia scivola direttamente nella successiva “Kora Sings”, in cui il soul elettro-acustico totalizza la scena: vi sono echi di James Blake, ma Sampha spinge oltre, attraverso un intreccio ritmico che cattura e lascia che la Voce, qui per forza maiuscola, si esprima.

Il “processo” prosegue e, con una transizione quasi à la Flying Lotus, si arriva al fulcro emotivo dell’album: “(No One Knows Me) Like the Piano”, prova di pianoforte e nostalgia, una voce che si alza e ricorda la madre, morta recentemente di tumore, ricorda la casa in cui è cresciuto. È una ballata meravigliosa, la cui riflessiva melanconia si svela come fossimo dentro un’epifania cristallina. Nella successiva “Take Me Inside” ritorna il pianoforte, per un altro riuscito esercizio di intimità, che stavolta culmina in una coralità sintetica e liberatoria, per poi tuffarsi nell’apoteosi elettronica dell’album: “Reverse Faults” è tesa, la base ci trascina con i suoi inciampi e riverberi, mentre Sampha riflette su errori commessi in passato.

Riesce ad essere delicata persino “Under”, canto di resistenza ad una femme fatale, tema tipico della tradizione soul, che Sampha ricalibra per la sua personalità più mite e fragile, seguendo giochi di parole e di sintetizzatori. Siamo quasi alla fine del “processo”, alla terzultima traccia e secondo singolo, “Timmy’s Prayer”, alla cui scrittura ha partecipato anche Kanye West: ritornano le immagini del passato, fantasmi elettronici che infestano la voce e lo spirito di Sampha.

Process si conclude con la coppia “Incomplete Kisses”, altra traccia in tema R&B, ma che risulta forse la meno solida dell’album, e “What Shouldn’t I Be?”, perfetta chiusura nella quiete solitaria a cui è giunta la vita del londinese, che qui si interroga finalmente sul proprio futuro. Il processo non si interrompe, ma prosegue, con calma e pazienza, oltre la finitudine del disco, verso un percorso di crescita che Sampha sa di non poter arrestare e del quale è ora abbastanza maturo e cosciente di sé per poter decidere la direzione.