di Francesca Gentile

Non il classico luogo di incontro né meta di viaggio. I momenti in cui stazioni e aeroporti si elevano a queste e altre funzioni sono di estrema unicità.

Che si tratti di un viaggio di mesi o di una breve vacanza, il viaggiatore che giunge al binario di arrivo o sente l’attrito dell’aereo con la pista d’atterraggio considera consciamente la stazione o l’aeroporto come un mero corridoio verso casa. Non li si può considerare vere e proprie mete, in quanto i propri cari e affetti non sono che spiritualmente presenti e questo li rende semplici luoghi di passaggio, piuttosto che d’incontro.

Cosa succederebbe se chi abbiamo di più caro fosse invece lì ad attenderci?

Dopo ore passate seduti accanto a un finestrino umido che riflette i nostri pensieri, è rassicurante sapere che qualcuno ci stia aspettando con trepidazione. È molto più di una persona dalle braccia conserte, gli occhi che guardano le lancette girare sul polso. Meno sono i chilometri che ci separano da chi è lì per vederci compiere i primi passi verso casa e più l’attesa del piacere diventa nitida. C’è qualcuno che è lì appositamente per noi, che desidera essere riabbracciato per primo, ci ha a cuore e non si esime dal renderci felici in uno dei modi più sublimi che esistano.

Al di là del gesto apparentemente banale di controllare il tabellone degli arrivi si nasconde un mondo. In quell’occhiata sfuggevole di chi aspetta sono racchiuse preoccupazioni, auspici, paure, voglie, fermento, eccitazione.  Emozioni che riflettono un legame con la persona che si attende, come se la si tenesse legata al proprio polso. Il treno rallenta, l’aereo comincia la discesa e il filo che unisce le due persone si accorcia, fino ad arrivare al momento dello scoppio del palloncino: l’abbraccio.

Dal momento in cui gli sguardi e del viaggiatore e di chi lo aspetta si incrociano, tutto ciò che li circonda sembra non esistere più e fa semplicemente da sfondo. È come se gli enormi orologi smettessero di girare, facendo vivere le due persone per un attimo l’una della presenza dell’altra. Da una parte, chi è reduce di un viaggio è contemporaneamente grato e gratificato. Dall’altra, chi accoglie è rassicurato e ugualmente gratificato, consapevole di aver fatto del bene ad una persona cara e che il sorriso altrui è, specie se si tratta di una sorpresa, una prima senza repliche.

Non si tratta di un momento magico solo per chi lo vive in prima persona, ma anche per chi lo osserva come spettatore. I passi avanti e indietro per ingannare l’attesa, magari nascondendo un fiore dietro alla schiena lasciano spazio a una naturale distensione del viso dall’istante in cui si vede arrivare la persona tanto attesa. E con il volto anche le braccia si distendono. Vedere valigie abbandonate alle proprie spalle, passi accelerati verso la persona amata, lacrime di gioia soffocate da un abbraccio che sembra non finire mai ha del magico.

Quando a darcelo è la persona giusta nel momento propizio, l’abbraccio è ciò che di più confortante esista. Secondo la scienza, l’uomo ha un naturale bisogno di sentirsi avvolto dal calore di un’altra persona. Questa dimostrazione di affetto che permette a due cuori di battere all’unisono sembra infatti avere effetti benefici sulla riduzione dello stress, aumento dell’autostima e addirittura sul rafforzamento del sistema immunitario. Chi ci ospita tra le proprie braccia erige una barriera di protezione verso l’esterno, senza bisogno di dire niente.

Se si potesse vedere dall’alto la zona degli arrivi di una stazione o di un aeroporto si vedrebbero persone che si cercano e che si attraggono come calamite. Ognuno ha un viaggio diverso alle spalle, bagagli più o meno pesanti, occhi stanchi o carichi di entusiasmo, ma una cosa è certa: in quell’istante l’atmosfera pullula di vita.

 

Fonti:

http://www.focus.it/comportamento/psicologia/perche-abbiamo-bisogno-di-abbracci

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