di Claudia Galeano

Aspre polemiche e decise reazioni sta scatenando l’ordine esecutivo firmato da Trump lo scorso 26 gennaio, che impedisce per tre mesi l’ingresso negli Stati Uniti ai cittadini di alcuni paesi a maggioranza islamica. Una lista nera che comprende sette Paesi: Iraq, Siria, Iran, Sudan, Libia, Somalia e Yemen.

 

Si tratta di – con l’eccezione dell’Iran, i cui contrasti con gli USA sono però noti – di Paesi poveri, le cui economie e il corpus sociale sono stati devastati da decenni di guerra, con i quali gli Stati Uniti non intrattengono nessun tipo di rapporto commerciale. Non così per Paesi come L’Arabia Saudita, paese di origine dei terroristi responsabili dell’11 settembre e con cui il tycoon intratteneva fiorenti rapporti d’affari già come imprenditore.

 

Un provvedimento ritenuto necessario per contrastare il terrorismo, che ha già sollevato aspre polemiche nel mondo, ma anche in patria. Sedici stati si sono dichiarati contrari, e così hanno fatto numerosi personaggi pubblici, come il regista premio Oscar iraniano Farhadi, il quale, visto il divieto imposto ai propri attori e connazionali di prendere parte alla cerimonia degli Accademy Awards ha rifiutato di prendervi parte.

Tuttavia, l’ordine di Trump è stato eseguito con solerzia. I media statunitensi riportano di una campagna di arresti ordinati dalle autorità in almeno sei Stati, che ha colpito migliaia di immigrati irregolari.

Se in alcuni luoghi non si è perso tempo nel seguire le direttive presidenziali, altri Stati si sono ribellati. È il caso dello stato di Washington e del Minnesota, le cui corti hanno deciso di bloccare a livello statale la decisione presidenziale. Le corti avevano chiesto di valutare l’incostituzionalità di questo ordine, in nome dell’emendamento che protegge dalle discriminazioni.

Il giudice federale di Seattle James Robart, nominato da Bush figlio, ha dato loro ragione, commentando che “nessuno, nemmeno il Presidente, è al di sopra della legge”.

L’ultima stoccata arriva però da San Francisco, in California. È del 10 febbraio scorso la decisione della Corte d’appello della città del Golden Gate Bridge di mantenere la sospensione del suo provvedimento.

Trump tuttavia si dice certo di poter vincere il contenzioso legale ribaltando una decisione bollata come meramente “politica”.

Non esclude inoltre di poter proporre un nuovo bando in sostituzione del primo, e comunque di mettere in campo tutti i mezzi a propria disposizione per impedire l’accesso negli USA a cittadini di fede musulmana: agendo – soggiunge – in fretta, per “urgenti motivi di sicurezza nazionale”..

La battaglia si annuncia lunga e aspra. Destinata, con ogni probabilità, a giungere agli scranni della Corte Suprema.

 Fonti: foto 1, foto 2, foto copertina