Quante volte il cinema ha proposto tematiche come la morte, i demoni, gli angeli? Questo accade perché si è coscienti dell’assoluta curiosità che questi argomenti suscitarono, suscitano e susciteranno sempre sul grande pubblico. Lo spettatore ha un’attrazione quasi fatale per tutto ciò che è fantastico e una conseguente immedesimazione nel personaggio, una partecipazione attiva a quegli eventi innaturali.

Anche un grande classico come Vi presento Joe Black lo testimonia. Il film da tutti conosciuto e dai più amato è del 1998, diretto da Martin Brest. In realtà si tratta di un remake di un film del 1934, La morte in vacanza, riproposto già con l’omonimo titolo nel 1971. Dunque un nome diverso, personaggi diversi ma sempre lo stesso filo conduttore: l’interpretazione dell’ignoto. Un film apparentemente da non banalizzare ma con una trama per lo più ridotta all’osso e non sempre sufficiente. Ciò che si propone è l’analisi di alcune scelte, soprattutto tematiche, con l’obiettivo di dare spunti di riflessione; la trama cercherà di supportare questo intento.

Bill Parrish, interpretato da Anthony Hopkins, è uno stimato uomo d’affari, circondato dagli affetti familiari. La Morte rimane incuriosita e attratta dalla vita di quest’uomo e decide di scendere sulla Terra per conoscere le emozioni e il sentimento dell’amore. Per farlo si impossessa del corpo di un giovane che la figlia di Bill, Susan, aveva conosciuto e apprezzato in una tavola calda e che, poco dopo l’incontro, era rimasto vittima di un incidente stradale. Si presenta di sera a casa dell’imprenditore e dichiara di essere la Morte e che lui, Bill in persona, gli farà da guida; a tempo debito lo porterà via con sé. Joe Black è il nome che Bill gli attribuisce. Subito un contrasto, voluto naturalmente: il giovane è biondo e con un’aria angelica, goffa alcune volte. Potrebbe mai essere goffa la morte? Ebbene sì: non sa farsi il nodo alla cravatta e viene attratta come un bambino dal burro d’arachidi; renderla umana dunque, forse anche troppo. Ma riprendiamo a parlare della trama: Susan comprende che non si trovava più di fronte allo stesso ragazzo incontrato alla tavola calda ma ne rimane comunque affascinata e inizia una storia d’amore appassionante, a tratti inconsapevolmente forzata dall’ostinazione ripetuta della giovane e dall’apparente iniziale disinteresse di lui.

Arrivano i guai anche per Bill: viene estromesso dal CdA dall’ex fidanzato di Susan e si avvicina il suo 65esimo e ultimo compleanno, organizzatogli minuziosamente dall’altra figlia, Allison. Joe rivela all’uomo che vorrebbe portare via con sé anche Susan ma il padre, addolorato dalla notizia, cerca di dissuaderlo e ci riesce. Arriva il compleanno e i due protagonisti riescono a smascherare gli inganni dell’ex fidanzato della figlia e a rientrare così in possesso dell’azienda. Una festa di lusso, di gioia solo apparente, una festa di addio, al termine della quale Joe e Bill si allontanano insieme. Susan sembra aver capito tutto. Perché non finire tutto così, dando allo spettatore la possibilità di immaginare? Non per forza bisogna creare una favola con il solito lieto fine. È sempre sbagliato forzare. Susan sarebbe dovuta rimanere ferma e invece no, cerca di raggiungerli ma arriva troppo tardi: il padre e Joe sono andati via. Torna però quello che sarebbe dovuto essere Joe ma che in realtà era il ragazzo della caffetteria. Un finale banale e una trama decisamente scontata.

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