di Chiara Ciotti

Cosa c’è nella società che ti delude così tanto?

Oh non lo so… forse il fatto che tutti pensiamo che Steve Jobs fosse un grande uomo anche dopo aver saputo che ha fatto miliardi sulla pelle dei bambini; oppure che ormai sappiamo che tutti i nostri eroi sono falsi, tutto il mondo non è altro che un imbroglio. Ci spammiamo  l’un l’altro intere cronache su delle stronzate mascherandole da opinioni, usando i social network come surrogato dell’intimità. Forse abbiamo votato perché fosse così, non con le elezioni, ma con le cose, le proprietà, i soldi. Non è una novità, sappiamo perché lo facciamo; non certo perché i libri di Hunger Games ci rendano felici, ma perché vogliamo essere sedati, perché fa molto male non fare finta, perché siamo dei codardi! Fanculo la società!

La società in cui viviamo corrisponde realmente alla descrizione del protagonista di Mr.Robot? La serie tv capolavoro, psichedelica e complottista, offre uno spunto di riflessione interessante, descrivendo una società malata e alla deriva da un punto di vista indubbiamente apocalittico.

Apparenze e particolarismi, diffidenze e omologazione: sono diventati i nuovi valori di riferimento della contemporaneità? In un contesto sempre più globalizzato e connesso parlare di particolarismo rasenta il paradosso, eppure viviamo in una società che isola i suoi cittadini e li avvilisce alla sola dimensione del presente, convincendoli che tutto sia possibile da dietro la schermata di uno smartphone, ingannandoli molto spesso. L’incessante bisogno di sentirsi parte di essa spinge ad esporsi, a condividersi, a mostrarsi attraverso fotografie, pensieri e stati d’animo, fino a costruirsi un’identità sempre più illusoria, non corrispondente alla realtà, ma appiattisce il significato reale della condivisione, il senso della comunità stessa. Non è solo riflettere sull’uso perenne (e sempre più pericoloso) dei dispositivi elettronici, sulle famose nuove tecnologie, ma è ragionare sul come sono utilizzati: rappresentano realmente i prolungamenti dei nostri sensi? O siamo noi ad essere uno strumento al loro servizio? Scandiscono la nostra vita o effettivamente ci aiutano? Sono realmente il nuovo ed effettivo potere? Ci rendono davvero più partecipi oppure ci confezionano verità precostituite?

Sono solo alcuni degli interrogativi che impone il nostro tempo. La vera questione riguarda il nostro modo di osservare la società: necessitiamo costantemente di una maggiore sicurezza, ma non vogliamo rinunciare alle nostre libertà, che richiediamo vigorosamente, ma che non sappiamo proteggere.

Reclamiamo una maggiore partecipazione ai processi decisionali e attenzione delle istituzioni, per poi disinteressarcene completamente. Ci lasciamo attrarre dall’apparenza, cedendo alle vacue promesse di slogan politici, pubblicitari e commerciali; dimentichiamo i valori fondanti della comunità, rispetto ed educazione, lasciando spazio alla diffidenza; ci facciamo soggiogare dal sospetto che l’altro sia nostro nemico e dalla paura. Paradossale, appunto, che nell’epoca dell’interconnessione viviamo isolati e dominati da ritmi di vita forsennati?

 

Una società che ridefinisce limiti e possibilità, dirige e architetta l’esistenza, ridimensiona la nostra capacità di riflessione? Se fossimo diventati semplicemente automi, incapaci di appassionarci, di stupirci e di dubitare?

Magari è solo una provocazione, o magari ci stiamo tristemente adattando ad una società insensibile ed individualista.

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