Fiore all’occhiello della nostra nazione, l’italiano è da secoli una lingua che forse più di altre ha presso gli stranieri una fama notevole, specie per la sua connaturata eleganza musicale e l’espressività plastica dei suoi suoni; eppure tale ammirazione pare essere costantemente in decrescita presso gli autoctoni, gli “italiani”.

Si badi bene che la scelta delle parole e il linguaggio che si vuole adottare non sono mai dei fattori innocenti, poiché ogni decisione, pure nel caso linguistico, reca in sé un’intenzione precisa. L’aumento di forestierismi (in modo particolare dall’inglese) nei campi dell’economia, della politica e dei mass media rischia di depotenziare la lingua italiana agli occhi dei più giovani e dei meno giovani, i quali sono inesorabilmente condotti all’errata equazione per la quale la ricchezza di espressione appare limitata entro la lingua natia.

Appare pertanto importante ribadire che si ha nell’italiano di uso medio la libertà di adottare anglicismi ritenuti di prestigio o alla moda, così come si ha l’assoluta e incontrovertibile libertà di opporsi a una colonizzazione angloamericana che investe anche e soprattutto un fattore di coesione nazionale come la lingua. Sarebbe infatti un errore confondere la sensibilità identitaria con il purismo o la xenofobia. La scelta entro una parola italiana e il suo corrispondente inglese identifica un contrasto non solo a livello identitario, perché esso sottintende un conflitto di modelli culturali.

Negli ultimi anni si sono sviluppate in proposito due linee di pensiero, se così si possono definire: una prevede l’utilizzo dei dialetti e la difesa dell’italiano standard, simbolo di purismo linguistico di matrice popolare, mentre l’altra si basa sull’allargamento dell’utilizzo dei forestierismi in numerose discipline e nella nominatio. Partendo da quest’ultimo aspetto, si può osservare come mediante la laicizzazione della società italiana dal secondo Dopoguerra si sia ridotto drasticamente il numero di agionimi (vale a dire i nomi legati al culto dei santi) in favore di nomi di sapore orientale o straniero. A questo fatto corrisponde pienamente l’affermazione circa l’onomastica proposta da Sanguineti: «Dimmi come battezzi, dimmi che nome imponi, e ti dirò chi sei.»

L’altra voce, quella che difende con orgoglio le parlate locali e l’italiano nella sua forma più “autentica”, è di diffusione notevole soprattutto presso i meno giovani nell’Italia Centro-Settentrionale, per essere condivisa invece dalla quasi totalità della popolazione nell’Italia Centro-Meridionale. Nel Mezzogiorno i vari dialetti trovano enorme condivisione e utilizzo in quanto elemento di rivendicazione di un’identità, una comunità, un insieme di valori e tradizioni che contraddistinguono un gruppo sociale. Non può essere dunque definito casuale il fenomeno per il quale negli ultimi anni si è data espressione al rap dialettale e più in generale alla lingua locale delle produzioni musicali giovanili, perlopiù di natura amatoriale.

Nonostante l’apparente arretratezza e l’aura di aristocratica autorità che circonda la lingua dei poeti, è condivisibile l’osservazione che già il Machiavelli proponeva a suo tempo circa l’idioma italico: “la lingua italiana è così potente, coesa, architettonicamente strutturata in senso identitario che i neologismi e i forestierismi non la intaccano”: da ogni mescolanza con termini nuovi o stranierismi essa risulta essere sempre più fortificata, libera e orgogliosamente indipendente.

 

Fonti:

Testo: P. Trifone, Lingua e identità. Una storia sociale dell’italiano, Roma, Carocci 2012
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