L’arte è fine solo a se stessa o può essere  veicolo di valori sociali e strumento per far riflettere, anche su problemi sociali e di vario genere? In altre parole, può essere un veicolo di rivoluzione?

Da circa due mesi la questione che tiene maggiormente banco in ambito letterario è senza ombra di dubbio l’assegnazione del premio Nobel per la letteratura a Bob Dylan; da qqui sono partiti una serie di  commenti e critiche, alcuni hanno infatti esultato mentre altri hanno aspramente criticato la decisione degli accademici svedesi. Una decisione motivata con le seguenti parole: “for having created new poetic expressions within the great American song tradition.” “ per aver creato nuove espressioni poetiche nella tradizione della grande canzone americana.”.

Si potrebbe  discutere all’infinito sulla validità di questo premio, senza peraltro giungere a un accordo. Più utile invece sarebbe dare spazio a un’altra riflessione e se si vuole, in un certo senso, riscoperta: il ruolo dell’artista come destatore di coscienze e protestatore. Dylan, infatti, non solo ha saputo nelle sue canzoni (e poesie) raccontare i problemi della sua epoca in una maniera vivida e forte, è stato anche esponente, tra gli altri, del movimento per i diritti civili e del movement, il movimento di protesta americano;  il periodo in cui divenne personaggio di spicco di quest’ultimo coincide con la nascita della maggior parte delle sue canzoni più note.

Questo premio Nobel quindi può far riflettere sull’importanza che una figura artistica può avere nel dare risalto a determinate problematiche di fronte all’opinione pubblica; un ruolo che sembra ancora più necessario in questi tempi in cui, se è vero che molte persone sono consce di svariate situazioni problematiche e spesso s’indignano e fanno sentire la propria voce, è altrettanto vero che ve ne sono molte altre disinteressate o non abbastanza coinvolte; molti infatti s’indignano, il più delle volte per problemi che li toccano da vicino, senza però fare altro che non sia pubblicare condividere link sui social (altri neanche quello evitando di esporsi), in generale parlando per sentito dire o per frasi fatte, senza un vero ragionamento.

Questa netta divisione si riflette anche nel mondo artistico e culturale: vi sono artisti di vario genere, da cantanti a scrittori, da registi ad attori e così via, che sono impegnati su vari fronti, sia in campo artistico sia personale; si pensi per esempio a Leonardo Di Caprio, ambientalista convinto che ha girato e prodotto “Before the Flood” “Punto di non ritorno” documentario, trasmesso recentemente da National Geographic, in cui viene trattato il problema del surriscaldamento globale e degli effetti devastanti che avrà sul pianeta se non si fa qualcosa in tempo; o a Bruce Springsteen che ha stupito molti, attirandosi varie critiche, per aver sostenuto Hillary Clinton. Ciò non ha meravigliato i fan e chi conosce bene le sue canzoni, dato che da sempre canta, tra le altre cose, di quell’America disillusa ma speranzosa ed in genere di valori più affini ai Democratici che non ai Repubblicani.

Contemporaneamente però vi sono anche artisti che non fanno altro se non produrre. Talvolta non solo non creano in senso lato ma, nelle loro produzioni, non  parlano di temi politici o sociali; non sembrano esporsi, temono da una parte di perdere pubblico e dall’altra di subire ritorsioni politiche o di vario genere. Così si assiste, in particolare in Italia, a produzioni artistiche piene di argomenti “faciloni” e “leggeri”;  libri in cui non vi sono rimandi all’attualità o denunce varie, canzoni che parlano solo d’amore, argomento importante sì, ma trattato troppo spesso e mai in maniera nuova, diventa di una noia mortale, a patto di avere, oltre a due orecchie per ascoltare, anche un cervello atto al ragionamento.

In quest’ottica si potrebbero prendere come esempio gli artisti romantici, in particolare quelli inglesi, alcuni dei quali possono essere paragonati ai giovani sessantottini, per via del loro incarnare il Romanticismo nel senso di lotta sociale e denuncia delle ingiustizie, tra cui  spiccano sicuramente le figure di Lord George Byron e Percy Bysshe Shelley.

 

Questi aspetti dei romantici inglesi sono ben trattati in un saggio critico: “Romantic Rebels Essays on Shelley and his circle” di Kenneth Neill Cameron (1973). Qui cui vengono discusse le vite e le opere, oltre che di Percy Bysshe Shelley, di William Godwin, Mary Wollstonecraft, Mary Wollstonecraft Shelley, Thomas Love Peacock, Leigh Hunt, Lord Byron, considerati  romantici anche per la forma di ribellione contro questioni che erano reali e per le quali proposero soluzioni pratiche.

 

P.B. Shelley era dotato di un’innata repulsione per le ingiustizie; fece una campagna in Irlanda a sostegno della separazione irlandese, scrisse volantini sulla riforma parlamentare, contestò il diritto di voto basato su ristretti diritti di proprietà. Nel “Prometeo Liberato” concepisce un mondo egualitario senza nazioni, classi, o guerra, (la stessa visione che 152 anni dopo John Lennon canterà in “Imagine”).

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