di Federico Lucrezi

I ragazzi di oggi sono di una povertà lessicale sconcertante: possiedono poche parole per dire quel che vogliono dire; quando leggono, ne “saltano” moltissime perché non ne conoscono il significato; infine, usano impropriamente alcuni termini credendo che vogliano dire una certa cosa mentre ne vogliono dire tutta un’altra. 

Avere un lessico ristretto e improprio significa perdere l’aggancio con la realtà, non riuscire a tradurla in linguaggio, non esprimere i propri pensieri e non capire quelli dell’altro. Nell’era della comunicazione è un bel paradosso. 

Così Paola Mastrocola, brillante scrittrice e professoressa di lettere in un liceo scientifico di Torino, raccontava nel 2011 in Togliamo il disturbo – saggio sulla libertà di non studiare la sua percezione del declino della competenza linguistica degli studenti italiani.

Sei anni dopo non è più da sola a predicare nel deserto.

In questi giorni è una lettera al governo italiano firmata da 600 professori a fare notizia mettendo nero su bianco quella che ormai è una realtà scomoda non più sottovalutabile.

Scomoda, perché certifica il fallimento di un modello scolastico e più in generale educativo, non sottovalutabile perché, se è vero che in questi anni la rottamazione fa tendenza, bisognerebbe però avere un ricambio all’altezza.

Da tempo – si legge nella lettera – i docenti universitari denunciano le carenze linguistiche dei loro studenti (grammatica, sintassi, lessico), con errori appena tollerabili in terza elementare.

Qualcuno insomma ha preso la parola. Qualcuno sta dicendo chiaramente che tutto questo non è accettabile. Non è accettabile che un cittadino adulto non sia in grado di scrivere un documento formale in italiano corretto. Non è accettabile non padroneggiare la propria lingua ad un livello ragionevolmente adeguato.

Eppure la realtà è questa. Siamo di fronte ad un paese europeo del ventunesimo secolo che dovrebbe mettere i suoi giovani nelle condizioni di padroneggiare l’inglese quasi al livello della propria lingua madre e che invece non è in grado di insegnare nemmeno quella lingua madre in maniera vagamente accettabile.

E no. Togliamoci dalla testa il ritornello di internet e la messaggistica istantanea che hanno ucciso l’italiano che tanto va di moda quando ci si addentra in questo argomento. WhatsApp non ha ucciso proprio niente. Smettiamola di dare la colpa a Facebook, ai vabbè e ai ma anche no. Non sono le abbreviazioni e le contaminazioni della lingua parlata il problema.

L’ignoranza disarmante di una percentuale terribilmente alta di ventenni è un dato di fatto. La totale incapacità di formulare un periodo ipotetico con i congiuntivi corretti e di utilizzare adeguatamente accenti acuti e gravi è un dato di fatto. Ma riversarne le responsabilità sulla tecnologia, internet e gli smartphone è sbagliato, in mala fede e, sostanzialmente, troppo comodo.

I vabbè e i ma anche no vanno benissimo. La lingua è un organismo vivo che evolve e si modifica e il parlato finisce inevitabilmente per contaminare quel registro informale che, appunto, su WhatsApp è funzionale e perfettamente adeguato. Il problema nasce quando manca la capacità di utilizzare con disinvoltura il tipo di registro adeguato al contesto. Il problema sussiste nel momento in cui abbreviazioni e forme colloquiali sono utilizzate senza consapevolezza, costituendo l’unica forma espressiva che si è in grado di utilizzare.

Ed ecco che arrivati a vent’anni le tesi di laurea sembrano scritte dal senegalese che vende braccialetti sotto casa.

E non va bene.

È però evidente che non è certo colpa di Internet. Siamo di fronte ad un appiattimento sempre più drastico del livello di istruzione. La scuola italiana è in caduta libera; non ci sono più obiettivi minimi, non ci sono più barriere. La scuola italiana non riesce a trasmettere l’importanza della lingua (ma non solo) semplicemente perché questa non è effettivamente più importante. Sapersi esprimere correttamente non è più considerato un requisito fondamentale, sempre più persone non saprebbero scegliere tra perchè e perché, e nemmeno gli importa. La lingua diviene mero mezzo comunicativo a discapito di un’espressività che è sempre più inconsistente, finendo paradossalmente per rendere più grigia e insipida la stessa comunicazione.

Fin dalle elementari le basi della lingua italiana (e della matematica) si stanno facendo sempre più deboli, con programmi sempre più costruiti su approcci differenti, contaminati da quella pedagogia che elevandosi a scienza predilige il gioco e il cortile alle addizioni e la divisione in sillabe.

Siamo sempre più livellati ad uno standard basso, bassissimo.

Lacune protratte negli anni non sono più così importanti, si prosegue di classe in classe senza venire fermati fino a quell’esame di maturità che ormai non è altro che una grossa pagliacciata e che pare verrà ulteriormente svuotato di significato dal prossimo anno con l’accesso con la media del 6 e l’abolizione della terza prova. Poi chi si è visto si è visto. 60 e via, belli maturi e ignoranti come dei termosifoni, pronti ad accrescere le fila di chi non sa scrivere in italiano, non ha idea di come venga eletto il Presidente del Consiglio e colleziona figure ben poco edificanti sbagliando semplici espressioni da seconda elementare su Facebook.

Ma tanto è colpa di Whatsapp.

La scuola italiana è in caduta libera e per la prima volta 600 professori l’hanno messo nero su bianco. In un paese normale questa sarebbe un’emergenza.

Qui invece sarebbe già qualcosa se i destinatari della lettera l’avessero mai scritta una tesi di laurea.

 

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