Prende avvio dal mare il nuovo album di Nicolas Jaar, tra le onde che si infrangono contro la nave e il rumore delle vele che la sospingono, straziate dal vento. Nella quiete irrompe il richiamo delle sirene, artificiali e millenarie. Tentatrici, attirano verso i loro scogli. La melodia è tanto vicina che potremmo essere noi le sirene, ignari su di uno scranno di cemento, al sicuro dalle intemperie, lontani dalla morte. A cantare sono gli scogli stessi, lidi di sospirato sollievo; ad ascoltare il canto e ad esserne attratti, sono i navigatori disperati, ignari anch’essi, ma di ciò che li attende. Il naufragio è imminente.

Sirens è appunto il titolo di questa epopea, che usa il mito delle creature adulatrici di marinai e viaggiatori, per farne un canto elettronico alle tempeste e ai disastri del nostro tempo. Difatti il riferimento non è solo alle sirene omeriche. Nicolas Jaar vuole che il suo album sia anche una sirena d’allarme, che svegli dal torpore, che avverta del pericolo imminente. Questo il messaggio racchiuso nell’incipit, la malinconica e satirica “Killing Time”. Malinconica per l’evoluzione soffusa del pianoforte che trasporta l’intera canzone; satirica per via del tema trattato, che fa esplicito riferimento alla situazione politica e culturale in Europa e negli Stati Uniti.

 

“But comfort says we’re fine,
And Angela said to open the door.
Money, it seems, needs its working class”

 

Voci sovrapposte e modulate fanno da coro a quella sconsolata di Jaar, mentre si fanno spazio dei tamburi industriali, metallici, che nella quiete successiva al canto diventano primitivi e sostengono la mestizia statica che ispira il termine della canzone. Ci ritroviamo così lanciati nel vortice di bassi e clamori ritmici della seconda traccia, “The Governor”. Continua la critica socio-politica, nella canzone che più delle altre incarna, nei testi e nell’incedere musicale, il suono di un allarme.

 

“Yea we’re all just rolling,
The mothers have sunk,
All the blood’s hidden in the Governor’s trunk,
They keep you in a hall with all of your ilk,
To echo the title of the trunk that they built : it’s alright”

 

Tecnicamente ineccepibile, il brano veicola un messaggio forse troppo diluito, che rischia di essere ammorbidito dalla musica, invece di risultarne rafforzato. Nonostante ciò, “The Governor” è efficace, strutturalmente intrigante, come d’altronde maggior parte delle produzioni targate Nicolas Jaar, che con questo disco ha voluto osare, sperimentando in particolare con le percussioni. Ne è esempio lampante e brillante l’esplosione sonora a metà di “The Governor” prorompe sulla voce, lasciando la canzone in balia di un ritmo frenetico. È il pericolo che è giunto, è il pericolo che ci circonda e va combattuto. Ma non è chi giunge via mare, non sono i navigatori attirati dalle sirene. Non sono loro il pericolo. Bensì, bisogna guardarsi dalle subdole trame del governatore.

E dal contemporaneo, Nicolas Jaar decide di fare un passo indietro, nella sua storia e nella storia del suo paese d’origine. “Leaves” ci trasporta nell’infanzia del musicista cileno, in un ambiente sonoro soffice, dai toni impressionisti ed esotici, che riecheggiano le composizioni di Debussy e Satie. È il brano più breve e minimale di Sirens, nel quale le uniche voci sono quelle di un Jaar bambino e di suo padre, Alfredo, artista e architetto. Dialogano in spagnolo, è un frammento fatto di statue nascoste e leoni che provano a morderle: un lieve e onirico dipinto d’infanzia che introduce la quarta canzone, probabilmente quella che più trattiene dello stile delle precedenti opere.

“No” suona come un vinile scheggiato, che avanza dapprima su di un beat micro-house, per poi intrecciarlo con distorsioni sonore e temporali. A questo s’aggiunge la somiglianza ad una canzone di protesta politica, ad un inno contro le ingiustizie e le dittature. L’ambientazione è infatti il Cile del regime di Pinochet, dove i genitori di Nicolas Jaar crebbero e dal quale fuggirono. Il bagaglio lasciato dalle contro-culture cilene – che rifiutarono (con il “no” al referendum del 1988) la continuazione di quella dittatura – permane nel racconto storico-personale che è Sirens. Allora quel “no” può valere anche per i giorni nostri, e varrà sempre, finché vi saranno artisti e politici disposti ad andare “in direzioni ostinata e contraria”.

 

“If every now and then you feel like you’ve seen it all,
Then be sure to remember there’s always two sides to a wall.
And if you ever forget that truth was fought with a code,
Then be sure to remember a tale often told on the road.”

 

È un attivismo critico che si prolunga nella trascinante “Three Sides of Nazareth”, dove un ritmo reminiscente degli insegnamenti del post-punk e del big beat si incatena ai sussurri echeggianti di Jaar. La sua voce pare provenire da oltre una parete, da un lato invisibile e sotterraneo dal quale emergono la protesta, il ricordo – ritorna lo spettro della dittatura militare – in forma storica e riattualizzato, che si ripresenta nei caratteri del presente politico. La musica elettronica, quella dance in particolare, può dunque avere connotazioni politiche. Come in altre sue opere, Nicolas Jaar non si nasconde dietro banalità ritmiche e tematiche. Anzi, osa e spinge i confini del genere in cui è stato catalogato, ma le cui caratteristiche ben oltrepassa, rendendo con questo lavoro ancor più ardua la definizione della sua musica.

È musica politica, avvicinabile ai recenti album di Kendrick Lamar (al cui To Pimp A Butterfly ha affermato di essersi ispirato). È la prova che lo sperimentalismo elettronico, affiancato da testi intelligenti e acuti, può funzionare da base per una critica societaria che lo scenario odierno, statunitense ed europeo in particolare, ispira e richiede.

Si arriva così alla chiusura del percorso storico di Sirens, con “History Lesson”, che come ben si evince dal titolo ne conclude il messaggio. Musicalmente sottotono e più rallentato e groovy rispetto al resto dell’album, questo brano soddisfa nel testo. La scrittura minimalista ed essenziale di Nicolas Jaar ritorna con un’ultima tirata sullo stato attuale della politica, con un riassunto efficace – anche se forse troppo semplicistico – del suo funzionamento storico. L’ipocrisia e la falsità delle nazioni e di chi le rappresenta e ha rappresentate è uno dei temi portanti dell’intero album, che qui ritorna racchiuso in un ultimo avvertimento all’ascoltatore: imparare dagli errori passati, dalle catastrofi commesse e comprendere che ogni individuo è istanza di partenza del cambiamento politico.

 

 


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