Non posso proiettare in un prisma
la virtù dell’immagine, forse
la sua catarsi, il suo piacere, ma non
la vita; nei graffi, negli scalpi, la stagione
fertile, su questa sponda soffoca e attende,
capace, la vita, le sue ossa, più pure,
schiacciate e tritate, ossificate ancora,
ancorate alle pelli: di qui l’uomo;
la trattazione invalida di un frate
o la sciocca pateticità di una serie
non sanno che sia, l’uomo, al più
ne riprismano le fattezze, ma
s’avvicendano sempre più alla finzione,
a quell’arma di sputi che è il collage.

***

Oggi i caffè deperiscono nell’inesperto
vagare delle menti alla monade,
non esiste per questo alternativa
all’Oriente, alle capacità salienti
di ridurre a spoliazione la vita;
dove ti rinasce quest’esibizione,
poeta, illuso?

Infine sono cariatidi i caffè,
le gallerie milanesi anni ’20,
per quanto pare appare
la produzione sintetica vita;
dove cambi la vita, poeta?

Maneggi fienaglia storta, stalliere
pigro, una natura che non appartiene;
siamo animali da super, bestie da iper…
ora, di qui, come -e urliamolo- come
scrivere poesia?