The OA è un oggetto complicato di cui parlare. Ultima serie originale di Netflix del 2016, 8 episodi di durata variabile fra 30 e 80 minuti. Insieme a Westworld Mr. Robot sicuramente la serie che più ha confuso gli spettatori di tutto il mondo. Inizialmente spacciata come un lenitivo all’attesa per la seconda stagione di Stranger Things è stato chiaro fin da subito che ci fosse qualcosa di diverso e di nuovo. Tanto è particolare la serie che Netflix stessa ha dovuto avvertire (con poco successo) i giornalisti, chiedendo loro di guardarla per intero prima di scriverne. La possibilità di categorizzarla univocamente scema fin da subito: che genere è? Sembra una serie su un rapimento, poi sembra un thriller ma prende virate horror tendenti al mistico per poi sfociare nel racconto di formazione e chiudersi nel dubbio generale. Partiamo allora dalla trama, da qualche sottile linea di storia che non deturpi l’esperienza.

Una ragazza si tuffa da un cavalcavia e rimane in fin di vita. Si fa chiamare The OA, dice cose sconclusionate. I genitori la vedono al telegiornale e la vanno a prendere, lei a malapena sembra riconoscerli, apprendiamo che era scomparsa sette anni prima. Il ritorno a casa è difficilissimo, lei non è più quella di prima e si chiude in se stessa. Conosce un gruppo di ragazzi ai quali inizia a raccontare la sua storia, il rapimento e di come, da ragazza cieca quale era al tempo è diventata vedente. The OA, o Prairie, come la chiamano i genitori, o Nina, come il suo vero nome, ha perso la vista a sette anni in seguito ad un’esperienza post-mortem, che sarà il fulcro dell’intera storia. Dopo di ciò è stata mandata via per sicurezza dal padre biologico ed adottata da due signori americani. A 21 anni è stata rapita insieme ad altri ragazzi durante una sua fuga a New York da uno scienziato ossessionato dalle persone tornate dalla morte. Questa la trama in breve, ciò che scopriamo nel primo episodio. Nulla è chiaro, nulla sembra avere senso d’insieme e non abbiamo idea di dove possa andare la storie. Bene così.

Il racconto si sviluppa per frammenti, in due principali polarità: il passato raccontato al nuovo gruppo di ragazzo ed il presente. Nella prima polarità si sviluppa il personaggio di Prairie, dei suoi compagni di sventura e del loro rapitore, nella seconda invece i personaggi del nuovo gruppo, grazie a sapienti e delicate pennellate che ci offrono caratteri compiuti e chiari in poche scene dedicate ad ognuno di loro. The OA non conduce lo spettatore per mano, lo lascia brancolare nel buio molto a lungo, gli fa pensare di aver capito e gli toglie di nuovo il terreno da sotto i piedi. Tutto la narrazione segue la volontà di raccontare della protagonista e ne riflette la frammentazione mentale, la folle e poco chiara lucidità ed il particolare punto di vista. La stessa realtà del presente è spesso filtrata da sogni e probabili allucinazioni. Il mondo raccontatoci sembra svilupparsi unicamente nel passato per poi confonderci ancora e ancora.

Veniamo a una delle questioni principali. Per quanto non ne diremo specificamente uno degli snodi principali della storia riguarda le esperienze post-mortem vissute in chiave mistica. Queste vengono sperimentate dai personaggi come attimi di contatto con un’altra dimensione del reale e mano a mano smantellano la visione stessa dello spettatore che, fra scetticismo e accettazione, deve decidere come vedere i racconti sovrannaturali di Prairie. La stessa protagonista ci viene infatti presentata da subito come malata fin dai tempi della prima esperienza e per questo si chiede allo spettatore di decidere: sono allucinazioni o è tutto vero? La cecità di Prairie diventa quindi solo uno slancio verso una dimensione ulteriore di percezione della realtà all’interno della quale veniamo condotti, fra scene allucinanti, mistiche, e una grande attenzione ai cinque sensi. Continua l’insistenza su suoni e rumori che riescono a condurre con sé anche gli altri sensi, in un complesso gioco sinestetico che compone una delle più interessanti caratteristiche dell’approccio grafico della serie.

The OA è un’esperienza. Che piaccia o meno non può lasciare indifferenti in alcun modo, anche solo per la bellezza delle immagini. È un’esperienza sensoriale e narrativa a cui abbandonarsi, fidandosi di Prairie e degli sceneggiatori, lasciandosi condurre in un mondo complesso e difficile da capire, a tratti ineffabile ma in realtà sempre presente. Un’esperienza da fare affidandosi al senso critico e all’immaginazione pura ed infantile allo stesso modo, contemporaneamente. Fidatevi di Prairie.

 

 

 

Credits: Netflix