Uscito nell’anno 1981 sotto la direzione del grande Wolfgang Petersen (e noto come Das Boot, Germania), “U-Boot 96” è un racconto dettagliato e interessante sull’esperienza degli equipaggi tedeschi nei sottomarini, durante la Seconda Guerra Mondiale. Sebbene si  tratti di una pellicola con oltre trent’anni di età, questo film è capace di catturare lo spettatore dall’inizio alla fine.

La storia tratta le vicende di un sottomarino e di un equipaggio realmente esistiti: l’U-96 era un sottomarino di classe VII-C comandato dal capitano Willenbrock, che nella sua carriera affondò oltre ventotto navi per un totale di centonovantamila tonnellate, prima di venire distrutto da un attacco aereo nel porto di Wilhelmshaven. La sua storia fu ripresa e scritta nel diario di un corrispondente di guerra di nome Lothar Buchheim. Da questi appunti derivò dapprima il romanzo Das Boot e in seguito il noto film di Wolfgang Petersen.
Siamo alla fine del 1941. Dopo l’invasione lampo della Polonia e l’Occupazione di buona parte dell’Europa, gli Alleati hanno iniziato ad ingranare la marcia, portando battaglia alla Kriegsmarine (Marina di Guerra tedesca). Delle oltre ottomila tra navi, sottomarini e portaerei germaniche rimane ben poco a pattugliare le acque dell’Atlantico. I cacciatorpediniere, con le bombe di profondità, stanano gli U-Boat senza sosta, costringendo gli equipaggi ad immersioni rischiose e navigazioni senza termine, mentre gli incrociatori affondano le navi da carico al largo della Francia.

L’U-Boot 96 non fa eccezione; l’equipaggio, composto da vecchi lupi di mare accostati a novelli marinai, trascorre oltre un mese in balìa delle onde senza affondare navi nemiche e sfuggendo ai cacciatorpediniere il più a lungo possibile. Queste lunghe attese mettono a dura prova lo spirito dell’equipaggio, costretto a vivere in condizioni disumane (trenta marinai in uno spazio per dodici) e a nutrirsi di cibi costantemente soggetti ad invecchiamento.
Quando finalmente giunge l’occasione per affondare un convoglio alleato, l’U-Boot si trova braccato da un cacciatorpediniere. I bombardamenti proseguono per oltre sei ore, durante le quali il mezzo subisce danni ingenti e alcuni membri dell’equipaggio perdono la ragione. Sebbene il sottomarino sfugga all’attacco, la navigazione procede a rilento: il carburante è quasi esaurito ed utilizzare i motori elettrici significa viaggiare a velocità minime e fermarsi costantemente per ricaricarli. Sulla via del ritorno per la Francia, l’U-Boot riceve ordini di sbarcare al porto di La Spezia dopo aver fatto rifornimento a Vigo, in Spagna. Il rischio è molto alto, dal momento che per raggiungere l’Italia occorre superare lo Stretto di Gibilterra, costantemente pattugliato dagli inglesi.

In effetti, il sommergibile viene centrato dalla bomba sganciata da un caccia britannico, che causa gravi danni al veicolo e lo fa affondare. Dopo 24 ore trascorse in immersione in una lotta contro il tempo e con la scorta di ossigeno in diminuzione, tutto senza apparente speranza; grazie agli sforzi immani dell’equipaggio, tutte le falle vengono riparate e l’U-Boot raggiunge La Spezia, danneggiato ma salvo. Tutto sembra concludersi per il meglio ma un bombardamento aereo improvviso colpisce e distrugge la base navale del porto, affondando definitivamente l’U-Boot e uccidendo gran parte dell’equipaggio, incluso il comandante. E’ un segno che i tempi stanno cambiando: l’infallibilità della Kriegsmarine è giunta al termine e gli Alleati intensificano le loro incursioni sui territori occupati, costringendo i tedeschi a ritirarsi su tutta la linea.

Con le sue tre ore e mezza di durata, “U-Boot 96” può apparire come un muro alto da scalare ma che merita almeno un tentativo, per mettersi nei panni dei marinai tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale. Uomini che hanno fatto sacrifici enormi per tornare a casa dalle proprie famiglie e che, per la maggior parte, sono affondati con le loro navi e i loro sommergibili.

 

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