di Federica Trucchia

 

Negli ultimi anni, il fenomeno che ha condizionato il business della musica è la battaglia delle esclusive streaming; in particolar modo riguarda le major Apple Music, Deezer e Tidal, schierate contro le più importanti etichette discografiche e il colosso Spotify, il più grande servizio di streaming al mondo.

 

Quest’estate, il caso Frank Ocean ha scatenato molteplici reazioni da parte di società e artisti. Il cantante statunitense dopo aver pubblicato il suo visual-album Endless, ha abbandonato definitivamente l’etichetta Def Jam, appartenente alla Universal Music. Pare che i rapporti tra l’artista e l’Universal non fossero dei migliori, per tale motivo Ocean decide di tagliare i contatti con la casa discografica, occupandosi in totale autonomia della distribuzione dei propri prodotti. Poco dopo realizza un secondo album Blonde, di maggior successo e interamente auto-prodotto, in esclusiva per Apple. Blonde al debutto, a discapito dell’album di casa Universal, vende solo nella prima settimana di pubblicazione 276mila copie, superando perfino Drake e Beyoncé. Ocean rappresenta così il caso più eclatante a livello contrattuale: un artista non può decidere di abbandonare la propria etichetta, senza prima affrontare una causa legale. La Universal Music Group accusa l’artista di aver violato i termini di fine contratto, che solitamente prevedono un periodo di non-produzione dopo la scadenza dell’accordo, oltre ad aver penalizzato milioni di fan costretti ad acquistare gli album su più piattaforme. Si è trattato di un divorzio con una delle label discografiche più importanti al mondo, ciò che né PrinceNeil Young sono mai riusciti ad ottenere.

Lucian Grainge, amministratore delegato della Universal Music Group, in seguito al caso Ocean, è corso ai ripari, vietando ai propri artisti di fare accordi in esclusiva. Lady Gaga è stata il primo personaggio a decidere di schierarsi contro le release, le uscite in esclusiva di Apple Music e Tidal, e al suo fianco, per arginare tale fenomeno, si è espresso anche Spotify; il più celebre servizio di streaming ha deciso di attuare una policy contro le esclusive, dal momento che vanta 100 milioni di utenti, di cui 40 milioni con un abbonamento premium.

È innegabile che lo streaming sia diventato fondamentale nel mercato discografico; le etichette non guadagnano più sui singoli album come qualche decennio fa, dunque una società come Apple Music rappresenta per alcune major e gli stessi artisti, una fonte alternativa di guadagno. Gli accordi in esclusiva con artisti come Beyoncé, Drake e Kanye West hanno permesso ad Apple e Tidal di ottenere milioni di nuovi utenti, dando vita ad una vera e propria competizione con l’antagonista Spotify. Aspetteremo di capire quale sarà la posizione degli altri colossi discografici, Sony e Warner, e se decideranno di schierarsi a fianco del manager Lucian Grainge e il gruppo Universal. Al varco, pronto ad intervenire, c’è anche Amazon; la società ha in progetto numerosi accordi di distribuzione con le case discografiche, per il lancio di nuovi servizi di streaming musicale.

Il tema fondamentale della questione rimangono i giochi di potere tra gli artisti e le proprie case discografiche; tutti i contratti sono scritti in modo tale da permettere a un’etichetta di pubblicare l’album ed eventualmente bloccare le esclusive, dipende però dalla volontà dei dirigenti voler negare o meno tale possibilità. Views di Drake, l’album di Hotline Bling, con Apple Music ha ottenuto 1.04 milioni di dollari al solo debutto. Apple ha così aiutato Drake ad essere l’artista con l’album più venduto dell’anno.

 

Jimmy Iovine, produttore discografico, dirigente Apple Music, ha affermato che chi ascolta musica dovrà abituarsi all’idea di avere più abbonamenti a più piattaforme streaming, esattamene come il telespettatore per il cinema e serie tv ha sia Netflix che Sky, per i diritti Champions ha sia Mediaset Premium che SkySport. Dunque sempre la solita storia? Chi investe di più, ha più soldi, ha più possibilità? Questa situazione riflette l’attuale industria discografica. Le esclusive danneggiano sia il mercato che i fan, i quali prima o poi si stancheranno. L’industria musicale ha sempre guardato con più attenzione i propri interessi che le esigenze dei consumatori; ha spinto i propri clienti verso la pirateria e il processo Napster. In questa guerra però non necessariamente dev’esserci un buono o un cattivo, un bene o un male, si tratta come sempre di una questione di soldi e interessi.

 


Credits: Rockit.it