Spesso, a proposito di musei, si sente parlare di “visitatore-tipo”, cioè un individuo appartenente a ben precise fasce di età e a ben precisi livelli di istruzione che sarebbe colui che principalmente popola queste istituzioni; e mentre le indagini sul numero di entranti e sulla quantità di biglietti venduti si moltiplicano, le indagini sulla tipologia di visitatori sembrano riproporre sempre gli stessi risultati, e l’organo competente tenuto a eseguirle resta sempre avvolto nel mistero.

Questo accade perché, in realtà, le ricerche sulla qualità invece che sulla quantità dei visitatori vengono raramente fatte: presentano costi molto più elevati di queste ultime, tempi di indagine più lunghi ma soprattutto risultati complessi e difficilmente affrontabili dalle istituzioni nel breve periodo. Per questo motivo, la grande ricerca a cui fanno riferimento molti dei dati che tutt’oggi vengono riportati negli articoli risale addirittura agli anni ’60: è “L’amore per l’arte”, svolta dai sociologi francesi Pierre Bourdieu e Alain Darbel e pubblicata nel 1966.

Proprio quelli del dopoguerra infatti sono gli anni in cui lo studio della sociologia acquisisce importanza e attendibilità scientifica, e dunque proprio in questo periodo si registrano le prime richieste da parte di istituzioni – in questo caso, il Ministero della Cultura francese – di analizzare determinate categorie sociali: è la prima volta che il visitatore diventa oggetto di studio.

Siamo all’alba del ’68 e il museo in quanto istituzione conservatrice ed elitaria subisce già critiche molto aspre; ecco perché il Ministero francese ha la necessità di capire come realmente sia possibile arrivare a una democratizzazione dell’arte e ad un accesso veramente diffuso alla cultura “alta”, ed ecco perché commissiona ai vertici più aggiornati della sociologia contemporanea uno studio proprio sui musei, non solo francesi ma di tutta Europa.

L’analisi di Bourdieu si svolge a tappeto inizialmente in tutti i principali musei francesi, attraverso questionari che riguardano l’età, il livello e il tipo di istruzione: i risultati ci suonano familiari ancora oggi. La stragrande maggioranza dei visitatori di musei sono bambini e adolescenti in età scolare oppure pensionati: solo una minima parte di persone in età lavorativa e solo il 4% della classe operaia sono parte di questo pubblico. È quasi un’inversione di rotta rispetto al secolo precedente, dove le grandi manifestazioni artistiche toccavano invece proprio quella classe operaia in formazione nelle grandi metropoli.

L’analisi più ristretta sul pubblico che frequenta il Louvre, poi, è ancora più paradigmatica: il 31% ha una maturità liceale e il 24% ha una laurea, mentre il 17% che ha solo una licenza media è quasi interamente composto da liceali in visita con gli insegnanti; ma soprattutto, la metà dei visitatori dai 18 anni in su che frequentano il Louvre ha studiato latino!

 Thomas Struth, "Louvre 2", 1989, Parigi.
Thomas Struth, “Louvre 2”, 1989, Parigi.

Questi risultati sfociano in una relazione che dice moltissimo sulle politiche adottate in campo artistico nella seconda metà del Novecento e sulla considerazione che ha l’arte all’interno della società: lungi dall’essere sentite come necessarie alla propria formazione personale di individuo e cittadino, infatti, le collezioni permanenti sono vissute al massimo come palestre educative o come svaghi culturali, e sono visitate da chi già ha dedicato molto tempo alla propria formazione culturale e cioè da chi, paradossalmente, ne avrebbe meno bisogno.

Bourdieu riflette a lungo su questo fenomeno e si rende conto di come il bisogno di cultura funzioni al contrario dei bisogni primari: più si “assaggia” cultura, più si cerca di soddisfarne il bisogno, e più il bisogno cresce. Chi non è abituato a soddisfare questo bisogno invece non ne sente la mancanza, perché per sentire la necessità di soddisfarlo deve avere consapevolezza dell’arte e della cultura stessa in senso lato; una sorta di circolo virtuoso tanto difficile da innestare quanto difficile da esaurire.

L’analisi mette anche in evidenza quanto sia difficoltoso il dialogo fra museo e società: più che porsi come luogo di formazione, infatti, esso si pone come sorta di tempio laico, spazio di contemplazione silenziosa, portatore di valori imprescindibili che aspirano a diventare eterni, ma così facendo viene percepito come luogo distante e lontano dalla vita delle persone e di reale fruibilità solo per pochi eletti. Questa reputazione è ancora più acuita dai musei di arte contemporanea, che nonostante non celebrino necessariamente opere ritenute eterne e imprescindibili nella storia dell’uomo, tuttavia si pongono come ancora più elitari e inaccessibili a causa dell’oggettiva maggiore difficoltà di fruizione del contemporaneo e della generale minore preparazione del pubblico.

Tutte queste considerazioni portano a delle conclusioni che certamente non devono essere state gradite al ministero della Cultura francese, e che non lo sono ancora oggi alle istituzioni: l’unico modo per arrivare a una mediazione realmente più profonda e diffusa dell’arte nella società è quello di applicare delle profonde riforme alla scuola e all’istruzione, poiché solamente in questa fase della vita è possibile scatenare quel bisogno di cultura negli individui che, se acceso, resterà imprescindibile per tutta la vita.

È necessario scardinare quell’idea, estremamente diffusa a partire dal Novecento, che il gusto sia una cosa innata e che l’opera d’arte sia universale e in grado di parlare a tutti. Assorbire i valori e i significati di un’opera, invece, è un processo laborioso che richiede tempo e investimento di energie. Lo sguardo si impara, e proprio questo punto dovrebbe essere il motore che più spinge le persone a visitare i musei.