“Raccontamelo di nuovo”.
E ho preso a narrare del modo in cui ti ho conosciuta, di come sorridevi distratta rivolta verso il finestrino e io ero incantato a fissare il tuo riflesso. Solo in un secondo momento mi sono reso conto che eri reale, che non esisteva solo un’immagine sfocata del tuo viso, confondibile con il profilo delle montagne.
Ho seguito i contorni del tuo volto, le onde scure dei tuoi capelli fino a scivolare sul movimento impercettibile e frenetico delle tue mani.
Mi sono abbandonato in supposizioni maldestre: ti ho ipotizzata pianista, compositrice, musicista, giornalista, scrittrice. Ti ho vista percorrere i tasti di una tastiera, strumento per produrre note o parole. Non sapevo ancora delle tue ansie, dei tuoi timori. Non ero ancora in grado di leggere il tuo corpo interpretando i tuoi gesti e dare una risposta alle tue emozioni.
Ti piace ascoltare questa storia, ripercorrere la tua vita attraverso il mio punto di vista. Vuoi dare significato ad un momento che per te, in quell’istante, non ne aveva alcuno. Eri seduta sull’autobus delle 17:00, partito con il puntuale ritardo di dieci minuti. Le lezioni erano finite da giorni, ma ti eri presa del tempo per tornare a casa senza rischiare di mancare alla cena della vigilia. Era la solita strada che percorrevi due volte al mese, in un senso e nell’altro. Andata e ritorno: senza capire davvero a quale posto appartenessi.
Io questo non lo sapevo, come tu non sapevi che io ero rimasto incantato a fissarti inventando storie su storie sulla tua meta, sulla tua vita, la tua occupazione, i tuoi sogni. Con il tempo hai poi capito che mi diverto ad immaginare trame su vesti umane.
Catturo brandelli di conversazioni al telefono, mani sporche di vernice, passi incerti e claudicanti, espressioni facciali. Scruto e immagino e cerco poi di scrivere.

“Raccontamelo di nuovo”.
Non seguo, ovviamente, il mio flusso di coscienza nel narrarti di noi due, non mi perdo in divagazioni, ma seguo il filo rosso che è stata la nostra storia nel modo in cui so che a te piace ascoltarla.
Ti parlo del nostro secondo incontro, fortuito, in facoltà. Quando in fila per un esame ho riconosciuto il moto febbrile delle tue dita. Prima loro e poi il tuo viso. Mi sono avvicinato con la scusa dell’ansia domandandoti se sapessi di qualche domanda ricorrente, ma non era il professore ad incutermi timore quanto il rischio che tu innalzassi un muro.
Appena ti ho rivolto la parola, ti sei irrigidita. Hai smesso di torturare le tue mani. È stato un attimo prima che ti rilassassi, ma io l’ho percepito intento a studiare le reazioni del tuo corpo.

Quel moto istantaneo lo ritrovo oggi, ogni volta che smetto di parlare o appena inizio a farlo di nuovo. È come se la mia voce ti ridestasse dal limbo in cui sei assorta, ti carpisse via dalla nebbia che sono diventati i tuoi pensieri e i tuoi ricordi.
Sono passati i giorni, le stagioni, gli anni.
Sono passate le notti insieme e quelle che ci hanno visti separate, le notti insonne dietro a figli che piangono, notizie inaspettate, imprevisti della vita.
È passata una vita e noi non ce ne siamo nemmeno accorti.
È come se ne avessimo percorse mille insieme, reinventandoci ogni volta, raccontandoci ogni volta.
Ora, ora che sono arrivate le rughe, i capelli bianchi, i tremori, i dolori, le amnesie, non sembra essere sufficiente tutta l’esistenza percorsa al tuo fianco.
Ti vedo smarrita, persa, raggomitolata e fragile, chiusa in lenzuola bianche e in uno sforzo troppo grande.

“Raccontamelo di nuovo”.
Ogni giorno mi ripeto, ci ripeto. Ripercorro i battiti, i baci, gli sguardi. Mi attengo alla solita versione per non confonderti, nella speranza che tu riconosca i dettagli.
So che tutto è rimasto saldamente impresso nel tuo cuore. So che non è svanito neppure dalla tua mente. Però, come sempre, hai paura, paura che tutto scompaia davvero, paura che sia stato tutto un sogno, paura di perdere un istante, paura che oltre a quello che è successo da appena mezz’ora l’oblio avvolga anche gli ultimi sessant’anni.

Ti tengo la mano, amore mio. Tengo stretta la nostra vita perché non posso accettare che finisca la tua e la trasformo in parole, in frasi, in racconto.
Di nuovo.

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