Quello di Arthur Schnitzler è un romanzo di circa cento pagine, quindi relativamente breve, che riesce però a rendere appieno un concetto certamente complesso come quello della morte. Il titolo dopotutto non lascia il posto ad equivoci di qualsiasi tipo: “Morire” diretto, esaustivo e traducibile in qualsiasi lingua.

Schnitzler era un medico, appassionato di psicoanalisi, stimava molto il lavoro di Freud, con il quale ebbe uno scambio epistolare. Nella sua opera troviamo però tutto il peso della psicologia del morente. L’autore infatti ci propone una storia, ma soprattutto i pensieri di Felix, un uomo presumibilmente affetto da tubercolosi che riceve dal suo medico una schiacciante diagnosi di morte. Da quel momento in poi la sua vita riceve un brusco cambiamento e con la sua anche quella della sua fidanzata Marie, innamorata a tal punto da promettergli di seguirlo fino alla fine dei suoi giorni. Prima del tragico finale i due fuggiranno in montagna per provare a cercare un po’ di serenità, ma l’umore e le condizioni di Felix sono incostanti. La sua mente è un vortice torbido di pensieri negativi contro le amorevoli premure di Marie e contro sé stesso. Con lui viviamo questa sfibrante attesa della morte, segnata da piccoli miglioramenti irrilevanti che però alla coppia appaiono come la più grande speranza di salvezza. È un romanzo che toglie il fiato,per la sua crudezza, ma che inaspettatamente riesce a coinvolgere il lettore con l’uso di monologhi interiori che ci avvicinano alla disperata solitudine interiore di Felix e lo accompagniamo, fino al suo gesto disperato.

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