Il teatro è uno degli strumenti più efficaci per l’edificazione di un paese, un barometro che ne registra la grandezza o il declino. Bastino queste parole, poche ma dal grande potere e dall’immensa spregiudicatezza, come sempre per Garcia Lorca, a far intendere perché abbia deciso di dedicarcisi tanto, sopratutto negli ultimi anni. Sempre chiuso e piegato nelle proprie ossessioni e drammi individuali Garcia Lorca si apre veramente al mondo, quasi sboccia, dopo un viaggio negli Stati Uniti e a Cuba nel 1930 e 31. Durante questo viaggio incontrò realtà a lui sconosciute come la reclusione quasi schiavistica dei neri impiegati nella costruzione della New York dei grattacieli, lo sfruttamento minorile, e per ultima la rifondazione-riscatto degli stessi neri a Cuba, con il loro canto liberatorio. Queste intense esperienze lo aprirono ad una maggiore attenzione alla funzione civile dell’arte, mostrata in un primo energico esempio in Poeta a New York. Veri tentativi di dare voce a questa funzione ri-scoperta sono le tre tragedie Nozze di sangue, Yerma e La Casa di Bernarda Alba. 

Perché tornare alla tragedia? Ed in che senso? Nel senso puramente classico. La tragedia intesa come catarsi, come liberazione dell’animo dai pesi gravosi dell’esistenza, esperiti dai personaggi al posto degli spettatori. Nell’idea che questo servizio realmente serva alla società si esplicita la visione della realtà del poeta, profondamente pessimista, certa dell’esistenza di “forze” nelle cose, un destino incontrollabile, pulsioni interne ed insieme esterne all’essere umano che ne dirigono le azioni senza che questo possa realmente prenderne parte, quasi spiriti della terra stessa. Questa visione sembra essere perennemente permeata di senso della morte, o meglio della vita impossibile (Vittorio Bodini, traduttore della tragedia).

Nozze di sangueNon ci sono nomi in questi tragedia, solo uno, quello di Leonardo, unico motore di un mondo immobile. La Sposa e lo Sposo stanno per sposarsi. La Madre di lui è silenziosamente contraria poiché la Sposa fu fidanzata quando più giovane con Leonardo, della famiglia che uccise suo marito e l’altro suo figlio. Da subito si lancia in invettive contro i coltelli, le armi dei delitti, e contro chi li inventò. Funerei presagi. La storia si muove per tutto il Primo Atto su binari costituiti, conferma di ciò che dovrebbe essere: lo Sposo e la Sposa stanno andando a nozze. Unico elemento di disturbo è Leonardo: è animato da un fuoco che lo pervade e lo muove, che voglia o meno; non ha mai dimenticato la Sposa, nonostante sia sposato a sua volta e abbia un figlio ed un altro in arrivo. Il Secondo Atto racconta il matrimonio durante il quale crescono i dubbi e le incertezze della Sposa, che da archetipo si fa personaggio, tormentata dal pensiero del primo fidanzato. Come ovvio scapperà con lui. Il Terzo Atto è dove si condensa tutta l’arte ed il lirismo di Lorca. Il fatto ci è raccontato da tre boscaioli che riflettono sull’ineluttabilità del destino, del sangue-Eros che guida le nostre azioni. Ci dicono che Leonardo e la Sposa sono fuggiti e stanno venendo inseguiti. Al dialogo si aggiungono le allegorie della Luna, sempre mortifera in Lorca, e la Morte stessa, presentata come una Mendicante. Vediamo i due fuggiaschi alle prese con il timore di essere uccisi, ma con ancora più timore di essere separati. Un salto temporale ci porta alla casa in lutto della Madre: suo figlio e Leonardo si sono vicendevolmente uccisi. La tragedia si conclude nel pianto delle donne, la Madre, la Sposa e la Moglie di Leonardo, lasciate sole dalla ricerca del sangue dei rispettivi uomini.

Gli elementi della tragedia ci sono tutti: un fato ineluttabile a cui non si può sfuggire, quel sangue tipicamente mediterraneo ed ancor più andaluso; la presenza di cori che sono emanazioni della collettività, delle cose così come dovrebbero essere; personaggi che sono solo nomi poiché sono archetipi, rotti e superati solo da Leonardo che segue quel sangue che porterà alla tragedia e che espia le colpe dello spettatore che vorrebbe seguirne intimamente le orme; ma vi sono anche presagi ed allegorie. È raggiunto lo scopo della tragedia, la catarsi? Forse. Non è chiaro se questo sangue, unico elemento che rende vivi i personaggi, che addirittura gli dà un nome, vada o meno seguito: ovviamente no, perché porta alla morte, ma non sembra chiara la reale posizione del poeta, uomo lui stesso di sangue, che non possiamo pensare voglia dirci di rimanere archetipi, ruoli sociali, Sposi o Madri. Proprio in questo margine, in questo terreno oscuro si annida il genio: in questo margine che sempre e necessariamente esiste, incolmabile, nel momento in cui un poeta si fa teorico per poi farsi ancora artista, quello spazio nero fra attività creatrice e attività critica, che alla fine è la casa del lettore.

 

 

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