di Marco Danza

La Serbia con la sua capitale, dopo la chiusura delle frontiere ad opera di Croazia ed Ungheria nell’Aprile scorso, si è trasformata in un luogo di stazionamento per gli ultimi dodicimila profughi del milione e duecento mila giunti fin lì soprattutto dall’Afghanistan. A rendere la situazione e le condizioni ancora più tragiche è lo spietato inverno serbo.

Sono circa duemila le anime disperate a combattere con il gelo e con la neve. Sono mesi che vivono, o meglio sopravvivono, tra il parco e la stazione ferroviaria di Belgrado. Il loro viaggio verso la speranza si è interrotto, non riescono più a proseguire verso l’Europa Occidentale. Certamente molti di loro sono stanziati nei vari centri d’accoglienza, alcuni invece rifiutano questo aiuto, così che risulti manifesta in costoro la paura di essere mantenuti in queste strutture per poi essere espulsi. Nonostante ciò, si sono attivate delle organizzazioni non governative locali, alcune associazioni umanitarie tra cui la sezione serba dell’Unchr (alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) e Medici Senza Frontiere. Sono state forniti cibo, coperte e conforti giornalieri di qualsiasi tipo come un ospedale da campo. Il vero nemico e incubo dei profughi è la temperatura, oscillante fra i meno 20 e i meno 8 tra la notte e il dì. Per il resto, però, ci si arrangia come si riesce, si cerca riparo in scialli e attorno a falò accesi in piccoli locali abbandonati e dall’odore intenso e acre prodotto dal fumo insieme alla sporcizia accumulata dalla carenza di servizi igienici. In questo tragico dramma, tuttavia, le autorità governative si rifiutano di prestare soccorso a queste anime in pena, tra cui abbondano anziani, donne e bambini.

Ci si dimentica di trovarsi di fronte a vite umane, a persone disperate, a persone attaccate con i denti  alla vita, a profughi che preferiscono una possibile quanto remota speranza a un futuro certo ma compromesso come quello in patria. La situazione serba pare beffardamente evocare Dante e la sua Commedia, in cui questi fantasmi stremati e colpiti da un destino crudele tentano di risalire l’Inferno. Sono, però, fermi e impantanati nella neve e nel ghiaccio di quello che sembra un terribile limbo. L’unico pensiero che possa accompagnarne la condizione attuale è che con il passaggio dell’inverno riescano a scongelare, oltre al alberi e terreno, anche la propria situazione di stallo in bilico tra il sogno di una svolta e l’incubo di un ritorno negli orrori passati.

 

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