Di recente mi sono imbattuta in un articolo molto interessante scritto da Nicholas Blake, pseudonimo del poeta britannico Cecil Day Lewis, e intitolato “Detective Stories and Happy Families”. Pubblicato nel 1935 da un giornale per professionisti nell’ambito dell’editoria[1], è un pezzo dai toni decisamente apologetici, soprattutto se si considera che nello stesso anno Blake cominciò a scrivere lui stesso romanzi gialli per guadagnare qualche soldo in più.[2]

Va ricordato che il periodo che attraversa gli Anni Venti e Trenta fu tutt’altro che roseo. Rancore e disillusione serpeggiavano ovunque, soprattutto contro un governo che, avendo portato la nazione in guerra, aveva poi fallito nel prendersi cura adeguatamente dei veterani. Un libro capace di distrarre, di catapultare fuori dai problemi quotidiani all’interno di un enigma da risolvere, di saziare la sete di rivincita sociale attraverso la prodigiosa abilità dell’assassino nel farsi catturare e punire, era più che benvenuto. Molto popolare tra i ceti lavoratori, il genere era però giudicato con deciso disdegno dalle classi più elevate, curiosamente soprannominate highbrow (ovvero “cigli alti”).

Eppure, l’autore ci dice, piuttosto macabramente in effetti, che “tutti si prendono per mano intorno a un cadavere. Basta un tocco di sangue, a quanto pare, per fare del mondo una famiglia”. La cosa interessante è che questa affinità (perché non complicità?) fra i lettori si vede rispecchiata spesso anche tra i personaggi stessi. Ad esempio ne L’assassinio di Roger Ackroyd, il primo romanzo della celeberrima Christie, pubblicato nel 1926, ogni livello sociale ha la sua parte, e tutti sono scrutati con indiscriminata attenzione da M. Poirot: sia il dottore, che la domestica, che il ricco erede del vedovo ammazzato. [3]  Un omicidio crea un senso di uguaglianza non solo nel pubblico, ma anche all’interno del libro. Questa idea sembra essersi installata con tale sicurezza nell’immaginario collettivo britannico, che tre decenni più tardi, nella sua storia dell’Inghilterra attraverso le Due Guerre, il celebre storico A. J. P. Taylor affermerà che: “il ritratto dell’inglese interbellico, specialmente borghese, è incompleto se non lo si dipinge che legge thriller e gialli”.[4]

Nell’analisi di Blake l’uomo regredisce un po’ al suo stato primordiale, diventa un animale che si esalta nella caccia all’uomo cartaceo. Tuttavia il rischio che, con un’esposizione al mondo della criminalità così diretta, il lettore impressionabile venga risucchiato nel desiderio di commettere delitti non c’è, perché il giallo – ci spiega Blake – funziona da valvola di sfogo. Attraverso la violenza immaginata dell’assassino il lettore sublima (nel senso Freudiano) i suoi istinti più pericolosi, e ne esce purificato, alleggerito.

In questo modo il giallo si tramuta in fiaba moderna, dove il detective sventola la bacchetta magica del suo acume intellettuale sulla scena del delitto e rende possibile il “vissero per sempre felici e contenti”. Non solo la descrizione del detective come fata madrina inevitabilmente strappa un sorriso, ma dimostra anche quanto il genere fosse interpretato come mondo alternativo dove la virtù trionfa, i problemi possono (e sempre potranno!) essere risolti, e le differenze sociali vengono momentaneamente dimenticate.

[1] Blake, N., ‘Detective Stories and Happy Families’, The Bookseller, 13 Marzo 1935

[2] Symons, J., Bloody Murder: from the Detective Story to the Crime Novel (New York: Warner Books Inc., 1992) pp. 131-2

[3] Christie, A., The Murder of Roger Ackroyd (London: Harper Collins, 1993)

[4] Taylor, A. J. P., English History, 1914-1945 (London: Oxford University Press, 1965)

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