Nato nel 1304, aretino di nascita e antico nel sangue, Francesco Petrarca non rappresenta solo una delle tre corone fiorentine ma anche il primo uomo modernamente inteso.

Petrarca fu un filologo prima di un letterato, un nostalgico prima di un poeta. La sua non può definirsi una passione per l’antico, bensì una vera e propria ossessione che sfocia, il più delle volte, in un disperato senso di inferiorità nei confronti del mito di un passato glorioso e mai più raggiungibile. Nonostante egli sia noto soprattutto per la sua celeberrima raccolta in volgare, il Canzoniere, il poeta laureato cercò per tutta la vita di essere tramandato ai posteri mediante opere in latino, fra le quali si annoverano il poema epico Africa e l’opera in prosa De viris illustribus. Uno scherzo del destino, come si suol dire, perché la fama di Petrarca è giunta sino a noi e già aleggiava tra i suoi contemporanei non grazie agli scritti in lingua latina, ma attraverso la raccolta sopracitata, il cui titolo completo è Rerum vulgarium fragmenta (ossia, letteralmente, Frammenti di cose volgari): in volgare fiorentino, essa si inserisce certamente in modo assai consapevole entro la scia degli amati poeti classici latini. Il termine “fragmenta” (vale a dire “frammenti”) è un nostalgico ricordo delle “nugae” (traducibile con “inezie”) catulliane: in entrambi i casi i termini utilizzati dagli autori lasciano trasparire con falsa modestia la notevole considerazione che essi stessi avevano nei confronti del proprio operato lirico. Ma se Catullo canta delle gioie d’amore, dei “mille baci”, accennando qua e là una lacrima di composto dolore, il Canzoniere petrarchesco si nutre del tormento, si abbevera alla fonte del senso di colpa.

La lirica petrarchesca in volgare è tutta all’insegna dell’insufficienza: insufficienza d’amore da parte di Laura, insufficienza di talento letterario che non regge il confronto con i classici, insufficienza dell’adempimento religioso a causa del quale, malgrado gli ordini minori, egli divenne padre. Petrarca affronta l’intermittenza di una vita instabile a viso aperto, lanciando lamenti silenti e nascosti fra i versi, senza mai perdere la propria dignità di sognante “vir romanus”: egli non si abbandona mai alla pietà del lettore al quale, peraltro, tutto il Canzoniere si rivolge sin dal primo sonetto.

L’immagine più esaustiva del poeta aretino (nonché avignonese durante la formazione) non può dunque essere quella di un uomo che si compiace, stringendo orgogliosamente al petto la propria produzione letteraria, della incoronazione di poeta laureato, bensì quella di un fante senza gloria, che combatte quasi privo di speranza sul campo; macilento, altalenante, fra le onde non perpetue della fama eterna e della salvezza in questa vita.

 

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