di Claudia Galeano

A cosa ci riferiamo quando parliamo di famiglia? Che immagine ci viene in mente quando usiamo questo termine? Probabilmente qualcosa di vicino alle immagini da pubblicità. Spesso però diamo per scontata tutta la quotidianità che costruire una famiglia – e quindi crescere dei figli – comporta. Per moltissimi è normale quando non faticoso, andare a prendere i figli a scuola, firmare le loro note quando sono troppo vivaci e le giustificazioni quando si ammalano. E ancora, portarli in vacanza con noi quando riusciamo a organizzarne una, essere loro accanto se si rende necessario un ricovero in ospedale. Tutte minuzie, ovvietà.
Non per tutti, non è così per i figli di quelle che – dal nome dell’associazione che le riunisce – si usa chiamare famiglie arcobaleno. Si tratta delle famiglie formate da coppie dello stesso sesso.

Una realtà solo apparentemente marginale. Se è vero che le ormai datate statistiche ISTAT, risalenti al 2011, identificano in poco meno di ottomila queste famiglie – esplicitando però che molte coppie, pur dichiarando la loro individuale omosessualità, hanno preferito non dichiarare il proprio stato familiare –, altri dati riportano numeri molto diversi. Il sociologo Raffaele Lelleri ad esempio ha condotto una ricerca estremamente dettagliata sulla comunità LGBT, “Modi di”, datata però addirittura 2006.  Stando alle percentuali di persone LGBT censite all’epoca, all’incirca 3 milioni, e analizzandone le dichiarazioni e gli intenti, si sono stimati non più poche migliaia, ma 100mila figli di famiglie arcobaleno.

Una percentuale che in un decennio le associazioni stimano essere raddoppiata. La ricerca inoltre non tiene conto dei figli cresciuti da coppie di persone dello stesso sesso ma generati da una precedente relazione eterosessuale. Come si vede, una percentuale di popolazione tutt’altro che residuale. Per tutti questi bambini, ormai anche maggiorenni, che vivono la quotidianità dei loro coetanei, si crea una situazione paradossale. Si trovano ad essere, nei fatti, figli di un solo genitore, quello biologico. Questo a seguito anche dello stralcio del titolo quinto della legge 76/2016, la celebre legge Cirinnà. Questo testo, se ha garantito alle coppie molti dei diritti fondamentali, non ha protetto i bambini. L’opposizione delle destre ha infatti spinto alla cancellazione della cosiddetta stepchild adoption che avrebbe fissato un punto semplice: la possibilità per il genitore detto “sociale” di prendersi cura dei figli biologici del partner. Firmare il diario, avere la foto sul passaporto. O ancora. Evitare che finiscano adottabili o in case famiglia in caso di scomparsa del genitore biologico. Si può dirsi sicuri che si tratti di semplici dettagli? Si genera quindi una sproporzione grottesca, per la quale esseri umani – i più deboli della società, i bambini – per la legge esistono soltanto a metà. A prescindere dalle personali opinioni di ciascuno, può uno Stato non agire equamente nei confronti di ciascuno dei propri cittadini, a fronte di un articolo della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, il 7, che recita “Tutti sono eguali davanti alla legge e hanno diritto, senza alcuna discriminazione, ad una eguale tutela da parte della legge”?

 

Come si può agire in questi casi? La decisione è demandata ai tribunali, nei quali i giudici sono giornalmente chiamati a scegliere, “nell’interesse supremo del minore” il loro stato di famiglia. Vi sono così famiglie nelle quali, come nel caso di una coppia di padri milanesi di due gemelli, i bambini sono considerati gemelli dalla medesima sentenza ma figli di padri single dai certificati di nascita. O ancora, casi in cui l’adozione del figlio del partner viene riconosciuta per via giudiziaria, come nelle sentenze firmate dal giudice Melita Toniolo, e infine casi in cui il vuoto legislativo spinge il giudice a negare questa possibilità, lasciando senza tutele famiglie che accanto ai problemi di ogni giorno hanno affrontato lunghe e costose battaglie legali. Si tratta di una questione di interesse collettivo, perché se “famiglia è dove c’è amore”, come recita il motto di Famiglie Arcobaleno, a ciascuno deve essere garantito di espletare nei fatti il proprio amore, la cui forma più piena è il prendersi cura dei più deboli.

Fonti:

Dati Istat, Dati Lelleri, Famiglie Arcobaleno Legge Cirinnà, Art 7