Sarà che il panorama della musica italiana si presenta oggi come un deserto.
Sarà perché ancora cerchiamo di trovare un volto a Bocca di Rosa.
Sarà perché l’Italia non è cambiata per nulla; ancora con i suoi Don Raffaè che dal carcere decidono vita e morte di chi sta fuori, ancora con i suoi carabinieri bigotti, con le sue Marinelle ammazzate in qualche vicolo, con una classe borghese che passa il giorno ad assolversi dalle disgrazie di questo Paese.
Sarà per questo che, oggi, Fabrizio De André manca più che mai.

La sua voce, così profonda e così di tutti, che era denuncia delle ingiustizie che ancora oggi patiscono i Rom, gli omosessuali, i transessuali, le donne, gli indigeni dell’America, i matti, gli emarginati.
Emarginati. Lui sì, lui stava con loro, o con noi, se ci riconosciamo in questa categoria così dolorosa e così poetica. Sempre in direzione ostinata e contraria, ci ha lasciato probabilmente la più grande opera poetica del cantautorato italiano di tutti i tempi. Un’opera che, paradossalmente per uno che non ha mai avuto la pretesa di insegnare qualcosa, è un bellissimo testamento. Un po’ come quello di Tito. Ateo per auto-definizione, curioso è il fatto che qualcuno lo consideri una sorta di Messia.

La sua prima canzone, poi inserita nel primo album “Volume I”, la scrisse nel 1967, anno che covava la più grande rivoluzione culturale del dopoguerra. Si chiama “Preghiera in Gennaio”. L’ultima canzone che scrisse è “Smisurata Preghiera”, come a conclusione di un ciclo allegorico.

Il padre di Faber, come lo chiamava il suo amico Paolo Villaggio, si chiamava Giuseppe. Lasciando perdere certe coincidenze, ricordandoci però che, come diceva Josè Saramago, “le coincidenze sono le uniche certezze”, quello che oggi possiamo dire è che non abbiamo avuto da quel maledetto 11 Gennaio del 1999 nessun altro artista italiano che potesse raccontarci l’amore di un illuso o gli anni di piombo come ha fatto lui. Ci rimangono i suoi dischi, le sue parole, i suoi accordi, le sue foto con Guccini o con la sua amata Dori Ghezzi, e ancora, il suo carattere, così serio e così ironico.

Sembra di sentirlo ancora dire al suo musicista mentre accordano gli strumenti: “Me lo dai un Mi? con tutto quello che ti do, un Mi me lo vuoi dare?” Il giorno è amaro, ma passerà. Ciò che ogni suo estimatore può continuare a fare è, “nella fatica” delle sue canzoni, continuare a cercare “un ritaglio di Paradiso”. Perché, come quello di Cristo, il suo non è che un Testamento d’Amore.

Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior“.

Da qua sotto, più di qualcuno ha solo da dirti: Ciao Faber. Grazie.


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