I Foster the People, come tanti altri artisti, sono esplosi due volte. La prima facendo un boato assordante, la seconda quasi in silenzio, accompagnati dal rumore sordo che fa l’ennesimo esperimento mentre va in fumo, al di là del vetro. Tra le ceneri di questo trio (ormai duo, dal 2015) rimangono due lavori completi, di cui solo uno, Torches, davvero degno di nota.

I FTP si sono presentati con un giro di basso irresistibile, come si faceva negli anni ’70, come le promesse del rock dal sound inconfondibile ed il nome impronunciabile. Nel giro di pochi mesi si sono presi le radio e poi l’estate del 2011, con un pezzo che parlava di emarginazione, in un modo di cui le band del nord Europa sono sempre state maestre e che quelle folk-rock degli ultimi anni hanno imparato a copiare.

“All the other kids with their pumped-up kicks, you’d better run, better run, out of my gun.

All the other kids with their pumped-up kicks, you’d better run, better run, faster than my bullet”,

cantato in coro e accompagnato da un fischiettio ipnotico; per tanti era nata la nuova Young Folks.

Che l’attesa nei confronti dell’album crescesse, a questo punto, era inevitabile.

Quando finalmente arrivò, la convinzione di qualcuno iniziò a vacillare. Torches è un album complicato al primo, al secondo e anche al quinto ascolto. Quasi ogni pezzo è criptico e il timbro unico di Mark Foster sembra volersi nascondere dietro all’eccesso di sample e percussioni campionate. Ma una volta che ci si abitua ai suoni psichedelici, ci si accorge che dentro quell’accozzaglia di suoni c’è un’armonia, ed è anche notevole. E diventa chiaro che il mix di voci e suoni non è una copertura per un lavoro mediocre, ma la cornice complicata per buona musica e buone canzoni che, prese singolarmente e spogliate di synth e casse, sono piccoli capolavori pop.

Helena Beat, Call it what you want, Don’t stop (Colors on the wall) sono stati acclamati da parte della critica e dal pubblico per la loro originalità ed eleganza. Ma è con Houdini e Waste che i Foster the People hanno toccato il loro apice. Due pezzi che ti fanno venire voglia di correre fuori di casa e andare a comprare un sintetizzatore, un pc, qualcosa: qualsiasi cosa che ti faccia provare a farla anche tu della musica così.

 

“I’ll hold your hand when you are feeling mad at me

Yeah when the monsters they won’t go and

your windows won’t close

I’ll pretend to see what you see

“How long?” I say, how long will you relive the things that are gone?

Oh yeah, the devil’s on your back but I know you can shake him off”

Waste, 2011

Dunque, ricapitoliamo: hai fatto il botto, perché con un album così lo hai fatto. E ci hai messo tutta la passione che avevi, quella che ti portavi dentro da anni. Sei riuscito a concentrarla tutta in questi dieci pezzi che per te sono tutto, la tua grande chance. E allora succede che il tempo passa e di voglia ce ne metti sempre di più ma quello che viene fuori non è all’altezza, non può esserlo. Supermodel, il secondo e finora ultimo album della band, esce nel 2014 e colleziona posti nelle “Top ten” di quasi tutti i paesi in cui è distribuito. E non è che sia un brutto lavoro, ma non è quella cosa lì, non è all’altezza, per l’appunto. Ma questo i Foster the People lo sanno, e ormai rimasti in due si prendono il tempo di pensare ad una terza rinascita. Quella dopo la prima, esplosiva, e dopo la scomparsa silenziosa.

La morale? Non c’è, o almeno, io non sono in grado di formularne una.

Personalmente non credo che chi componga, scriva o suoni musica e raggiunga una certa popolarità, poi debba per forza farne una professione. Ci sono migliaia di album e artisti rivelazione che hanno visto la loro carriera fermarsi lì, a piccoli isolati capolavori. E questo è un merito più che un fallimento. È giusto che vita sia piena di passioni diverse, ed è giusto anche portarsi a casa quell’attimo di gloria, con l’orgoglio di chi ha fatto qualcosa in più di chiunque altro, rispetto che qualcosa in meno dei Rolling Stones.