Questa parola, tra le più lunghe della lingua italiana, fu coniata nel 1677 da Francesco Moneti, celebre tra i contemporanei principalmente per le opere satiriche e burlesche, tanto taglienti che gli fecero passare anche diversi mesi in carcere. Passò però alla storia principalmente per l’opera La Cortona Convertita, dove compare per la prima volta l’avverbio di cui parliamo.
Il suo obiettivo era formare una parola che da sola costituisse un verso endecasillabo –ossia di undici sillabe metriche-. Prima di lui, Dante Alighieri aveva coniato sovramagnificentissimamente nel De Vulgari Eloquetia, ma non ebbe altrettanta fortuna.

Come gonfio pallon che spesso balza
Quando è caduto, e vien gettato al piano
O che talor verso le stelle incalza
Di esperto giocator possente mano,
E da tal forza spinto assai s’inalza
Verso del cielo, ed il fermarsi è vano,
Perché alla terra alfin torna repente
Precipitevolissimevolmente

Così fa l’uom che a sommi gradi aspira,
E che superbo al merto altrui non cede,
Come s’avanza, incalza, ascende e gira
Con desìo di fermare in alto il piede.
Ma caduto ch’egli è, piange e sospira
Le perdute grandezze, e alfin si vede
In vece di portar corona e scetro
Sotto la più vil veste in un ferètro
(Francesco Moneti, Cortona Convertita, canto III, LXV-LXVI)

Moneti utilizza precipitevolissimevolmente per descrivere l’inevitabile caduta che segue il lancio di una palla, al quale paragona l’altrettanto inevitabile fallimento dell’uomo superbo. Nonostante il tono serio del passo, fu la sfumatura scherzosa che entrò nella storia e nella lingua italiana, tanto che il termine viene tuttora citato nel vocabolario come “avverbio di intonazione scherzosa” e come tale fu riutilizzato per la prima volta da Andrea Casotti nell’opera burlesca La Celidora, ovvero Il governo di Malmantile nel 1734 e poi ripresa anche da Carlo Goldoni nella commedia Il teatro comico nel 1750, che ne riconferma il tono scherzoso.

Precipitevolissimevolmente, anche se citato nei vocabolari, non fu mai accettato dall’Accademia della Crusca perché, dietro all’apparente correttezza, nasconde un errore grammaticale: la corretta forma superlativa dell’avverbio precipitevolmente sarebbe precipitevolissimamente, che però ha una sillaba in meno e non può formare un endecasillabo.

Anacleto Bendazzi, presbitero ed enigmista, inserisce nella propria opera Bizzarrie letterarie di metà Novecento i record di alcune delle parole italiane più lunghe, identificando tra esse gli avverbi incontrovertibilissimamente e particolareggiatissimamente di 27 lettere, come l’avverbio dantesco, e anticostituzionalissimamente che conta addirittura 28 lettere. Ma la sfida è ancora aperta…

Fonti:
Vocabolario della lingua italiana, Devoto-Oli
Treccani
Wikipedia

Crediti delle immagini:
Copertina
Francesco Moneti