In principio furono…un uomo e una donna…lei procurava le mele per il sidro di mele e lui il legno per le tazze in cui berlo…e l’amore era sciolto…così…come è sciolto chi beve…poi venne il temporale.

 

Tempesta e fulmini, e lampi e pioggia. Tanta pioggia che l’uomo dovette chiamarla con le parole, e la nominò pioggia. Dopo di che, per riuscire a proteggersi, nominò anche le assi di legno usate per costruire il riparo per la donna e per sé. A quel punto, quando la tempesta passò azzardandosi a seguire il vento là, oltre le montagne, l’uomo, uscito dal proprio tugurio, nominò anche tutto il resto: tutto ciò che era nel cielo e nel sole, nella terra e nei sogni, divenendo padrone di tutto ciò che aveva nominato poiché tutto era ora a sua disposizione, a sua discrezione.

Quando finì di nominare tutto e non gli restarono più parole, notò che forse non era riuscito a ricoprire ogni cosa del proprio manto fonetico: adesso che la moltitudine delle cose brillavano chiaramente sopra le loro teste, ora che potevano ammirare ogni istante le brillanti luci di ciò chiamavano per nome, l’uomo notò, accigliandosi sempre più, che, dopotutto, una cosa era gli sfuggita e sperò che mai sarebbe stato necessario indicarla con i propri suoni, sperò che mai ella fosse comparsa guardandolo negli occhi ed interrogandolo così su ciò egli avesse fatto di tutto quello che è il mondo, sperò che mai egli avrebbe dovuto perciò risponderle, chiamandola quindi per nome. Tuttavia ripose questa speranza nel profondo del suo animo persuadendosi di riuscire così a depositarla fra le viscere del proprio corpo, laddove questa avrebbe potuto confondersi col soffio della sua ignara incoscienza.

D’altronde, come avrebbe potuto completare la sua opera se di nomi, ormai, non ne aveva più. Gli era rimasta solo qualche sparuta lettera sparsa. Così, come grazie alla speranza aveva occultato nel pozzo del proprio essere l’unico suo errore, al pari doveva fare con ciò che di quell’errore era rimasto all’esterno di sé, fuori, nel mondo esterno.

Camminò deciso sui crinali dei colli che lo separavano dal boschetto ove stava la sua vecchia capanna costruita a quei giorni in tempesta per la sua donna e per lui. Arrivò proprio nel luogo ove per la prima volta aveva nominato tutto. Superando platani e arbusti, in una tana scavata da un tasso, scostando la ramaglia e le erbacce, estrasse sei lettere su cui gettò il proprio sguardo. Nell’attimo successivo si sorprese a volgersi attorno atterrito, scoprendo per la prima volta che egli non possedeva tutto ma che in realtà, ciò che sapeva di avere fatto finora era soltanto stato credere di averlo compiuto. In un ultimo moto cosciente, seppe, dunque, che ciò che aveva architettato, muovendo con la lingua i concetti, era stato un tentativo abortito di sapersi il padre della distanza che lo distingueva da tutto il resto, da tutto ciò che aveva nominato. Tuttavia, proprio in ragione di ciò, egli compì la sua scelta e decise di dimenticarsi di credere a questa verità. Scelse di dimenticarsene. Scelse di dimenticarsi di credere.

 

Un giorno camminava con la donna nel mondo, fra le cose che aveva nominato. Osservava il fluire delle correnti fluviali che docilmente seguivano il dolce declino dei monti lontani cosparsi dei ciuffi di verde.

Cingendo la donna alla vita, le passò una mano fra i lisci capelli, lasciandoli al vento a comporsi in sciolte armonie. Lasciò che lei lo baciasse, lì, in quella radura, in quel momento, immersi nel mondo delle foreste e degli animali, nei cinguettii soffusi fra i rami, sotto nuvole color della panna. Così pure come fra lupi e pantere, e nell’invecchiar moribondo di gialle foglie cadenti, che in tetre volute, da scheletrici rami protesi di querce ai bordi di un vicino laghetto, senza un sol fiato, s’ammassavano sulle sponde di questo, ove danzanti le lingue bagnate dell’acque, ne trascinavano i corpi inermi, una volta per tutte, nell’infinità di gorghi profondi.

Nel nascere e nel deteriorarsi di quelle cose di cui loro sempre parlavano, essi s’amarono.

Mentre erano così, immersi nel mondo, quel che era stato un lontano giorno celato, riapparve senza preavviso. Fu nel momento d’un attimo, ma apparve. Apparve in tutto il suo splendore. Fu un attimo senza tempo, poiché il tempo è quella scintilla che genera il fuoco e brucia il carbone e che nessuno può dire quando è iniziato né quando è finito.

L’uomo, insieme estasiato e atterrito, guardò per la prima volta specchiandosi in sì tale profondità, da esserne completamente inghiottito, per sempre. Proprio in quell’attimo eterno seppe di credere, lo seppe realmente.

Tutto era perfetto, come lo era stato da sempre e non lo era stato mai. Avvenne tutto nell’unicità d’un istante, l’attimo seguente, infatti, l’uomo aprì bocca e riesumando le inutilizzate lettere sepolte, compose la propria alchimia e scandì verbo nel soffio d’un fiato. Nominò l’ultima cosa, quella che era rimasta nascosta dentro di lui, fuori di lui, l’ultima cosa che era sepolta nel mondo da sempre. Egli osò nominarla, e la nominò Verità.

Fu un lampo, una scossa. La verità scappò, fuggì nel tono dell’ombra del suo sguardo e non riemerse mai più. Non tornò mai più alla vista dell’uomo che si era permesso di nominarla, d’indicarla al pari di tutto, ponendola di fatto accanto al resto di tutte le cose. Lei era stata paziente poiché da sempre viveva nel mondo, nell’uomo e nella donna. Lui l’aveva avuta da sempre sotto gli occhi e l’aveva apprezzata in ogni cosa compiuta, respirata ed udita. Lei aveva aspettato che fosse finalmente pronto a vederla per amarla in modo completo, aveva atteso quindi, celata nel tutto, di essere, presto o tardi, evocata nella sua completa evidenza. Fu infatti nell’istante in cui l’uomo amò, proprio perché aveva imparato ad amare, che ella spirò più forte del solito nella vita dell’uomo.

L’uomo l’aveva riportata alla luce dalle tenebre: aveva permesso al velo che ostruiva il loro contatto di svolazzare un poco più in là muovendo il lembo che l’avrebbe finalmente mostrata. Il velo era completamente caduto poiché egli ora era pronto. L’uomo però, dopo aver guardato dentro di lei, l’aveva infine composta a sé stesso alla stregua delle altre cose, l’aveva trattata con la caratteristica superficialità umana, egli non aveva saputo amare davvero.

Non l’aveva semplicemente amata come si ama la verità, non aveva saputo crederle nella sua semplicità, non l’aveva guardata come si guarda ciò che è vero, a occhi chiusi, a occhi nudi, al di là della luce e del buio, esente da ogni contorno, ammirandola, respirandola nella tacita realtà del silenzio. L’aveva consumata nel vento d’un fiato, nel pensiero pensato, senza rispetto per ciò che va detto in silenzio, che va fatto in silenzio, amato nell’essenziale semplicità del religioso silenzio che cela in sé quel che per l’uomo è più vero. Aveva scelto di complicarla non credendo all’evidenza della sua essenziale evanescenza. Aveva quindi scelto, una volta intessuto il proprio inestricabile groviglio di fili verbali, d’abbandonarsi così alla semplicità della condivisione, per condividere appunto ciò che era divenuto complesso e pesante. Aveva preteso di calare le proprie briglie ingegnose tentando d’ingannare ciò che non lo può essere, tentando appunto di rinchiuderlo nell’arco di una prigione verbale. Aveva trattato la verità come aveva fatto con tutte le altre cose in cui essa viveva da sempre, ma per via dell’intrinseca evanescenza, che è la sua verità ultima, l’inganno era fallito. La solida prigione, che trovava le sue fondamenta nella stoltezza dell’uomo, non era servita a nulla.

L’uomo non aveva voluto riconoscere di amarla credendole: aveva preteso di saperla amare. Così lei era fuggita, si era nascosta per sempre e non sarebbe tornata mai più, da lui, da loro.

 

Rosario Dedico.

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