Io me l’immagino, Tracy, 24 anni, seduta con la sua chitarra come se provasse a tirarne fuori delle risposte. Suonare d’altronde è questo: cercare con le dita, tra le sinapsi e i tasti, una combinazione che riesca a dare forma alle cose. A saper cercare spesso vengono fuori più domande, a volte nascono delle risposte. E a voler essere perfetti si riesce a trovare qualcosa – una canzone, un motivo, una nota – che le risposte, quelle giuste, le dà persino a chi ancora non ha formulato domande. E’ il caso di Fast Car, il primo capolavoro di Tracy Chapman.

Fast Car esce nel 1988 e, come tante canzoni della sua epoca, racconta una storia. E’ la storia di una ragazza che lavora in un convenience store, o meglio, ci lavorava. Se n’è dovuta andare per badare al padre, alcolizzato e abbandonato dalla moglie, e ora sogna un futuro diverso per sé. Vorrebbe scappare con la macchina del fidanzato e farsi una nuova vita, lontana da lì e da ciò che quella situazione rischia di diventare. Ma il tempo stringe e non si può più aspettare: sarà stanotte o mai più.

“We gotta make a decision: leave tonight or live and die this way.”

La forza emotiva di questo pezzo è palpabile e gioca sugli istinti più forti degli ascoltatori: l’idea di cambiare vita, prendere una macchina e lasciarsi tutto alle spalle può senza dubbio essere accattivante. Ma c’è di più. La bravura di un’artista come Chapman sta nel saper racchiudere la storia di una vita in poco meno di 4 minuti, incorniciandola in un riff di chitarra tanto semplice quanto eccezionale. A questo si aggiunga un timbro vocale praticamente unico e una voce mozzafiato. La combinazione vincente delle diverse sfaccettature del suo talento le hanno permesso di esordire con un album (Tracy Champan, 1988) fuori da ogni aspettativa: basti pensare che ad accompagnare Fast Car c’erano anche Baby can I hold you e Talkin’ about a revolution.

Negli anni le cover di questo pezzo, al 165° posto nella classifica dei migliori di tutti i tempi secondo la rivista Rolling Stone, sono state diverse. Recentemente, meritano attenzione le versioni di Ryan Montbleau (2014) e quella del produttore Jonas Blue, risalente alla scorsa estate, che l’hanno riportata in vita un’altra volta, dandole, se possibile, nuove e ulteriori sfumature.