“Fillus de anima”. Così li chiamano i bambini generati due volte: dalla povertà di una donna e dalla sterilità di un’altra. Di quel secondo parto era figlia Maria Listru, frutto tardivo dell’anima di Bonaria Urrai”.
Questo ficcante incipit appartiene al romanzo “Accabadora”, di Michela Murgia. (Einaudi, 2009)

 

Si tratta del romanzo che ha dato alla scrittrice sarda la notorietà, il premio Campiello 2009 e il SuperMondello nello stesso anno.

Non è però un esordio: l’autrice aveva già dato alle stampe il tragicomico “Il mondo deve sapere” (ISBN, 2006) da cui Paolo Virzì ha tratto il film “Tutta la vita davanti”.

Come il primo romanzo nasceva da un’esperienza diretta dell’autrice in un call center, così in Accabadora la scrittrice recupera suggestioni fondanti del suo personale.
Due, in particolare. In primo luogo la sua origine. Nata a Cabras, conosce bene la magia e le antiche storie che nell’entroterra sardo sembrano nascere dalla terra, prendendo radici da un tempo e da un mondo che sembra altro, lontano e invece è vivido, presente e sa di campi cinti di muretti a secco, di terra e di servi pastori.

A pervadere questo romanzo, però, è un altra specificità sarda. La consuetudine del “fill’e anima”, di cui la Murgia stessa, nata nei primi anni Settanta, è stata una delle ultime rappresentanti.
Prosaicamente, si tratta dell’uso, da parte di persone benestanti, di crescere un figlio di una famiglia povera come proprio, nel reciproco accordo di tutti i coinvolti, consentendogli una vita più serena e, spesso, gli studi.

Poeticamente, un espediente perfetto per indagare l’animo umano.
Questo è ciò che accade alla piccola Maria Listru nel villaggio di Soreni a metà anni 50. Orfana e abituata a considerarsi ultima in ogni senso per una madre che forse non l’avrebbe voluta, si scopre improvvisamente prima e persino unica quando la vecchia Bonaria Urrai, la sarta, la chiede in figlia.
Maria si forma e cresce, in questo “modo meno colpevole di essere madre e figlia” e da Tzia Bonaria impara e riceve cure, incurante di un paese che intorno sussurra di quella figura rispettata ma ammantata di mistero.
Qui si innesta una seconda tradizione sarda, che spiega le misteriose uscite notturne della vecchia Tzia. Bonaria Urrai infatti, di Soreni è l’Accabadora.

In un racconto di figure di madri, quella che per Maria è la seconda per il resto del paese è l’ultima. Il suo compito di madre non è quello di fare nascere ma aiutare e accompagnare verso un dolce e pietoso finire. Acabar, in spagnolo.
Ecco che le tradizioni arcaiche si innestano al presente, nel senza tempo della domanda di cosa è giusto e cosa è sbagliato, in ciò che si usa chiamare, burocraticamente, temi etici.
Maria, catapultata nel modo più violento nel lutto e nel dolore, quello che tocca gli affetti, ha l’irruenza della sua giovane età. La convinzione granitica delle proprie certezze a cui non ammette deroghe. Così come l’ha accettata e seguita, quella madre Maria è pronta a ripudiarla, prendendo la nave verso una grande città lontana, Torino, e una vita dove bastare a se stessa.

Per quanto ci si possa fare “accabadora dei propri ricordi”, però, l’ombra di chi abbiamo amato ci rimane accanto, e ogni fuga frettolosa prima o poi esige il saldo dei suoi conti.
Maria dovrà ricordare l’ammonimento della vecchia Accabadora: “Maria, non dire mai: di quest’acqua io non ne bevo”. La vita la riporterà da dove era partita, costringendola a domandarsi se, come Bonaria era consapevole, anche dare la morte può essere un gesto d’amore.

Si tratta di un romanzo forte, denso, che interroga ciascuno – senza permettergli di staccarsi dalle pagine fino alla fine – sulla fretta con cui formiamo le nostre convinzioni e la leggerezza con cui consideriamo i rapporti.
Il passato dichiarato tra le pagine diventa un non tempo, dove tutto si tiene insieme e i cerchi devono necessariamente chiudersi. Eppure si tratta di una storia che riesce a evitare la facile china del didascalismo. Non ha risposte o lezioni da dare. Prova semplicemente a ricordarci che, dalle domande della vita, presto o tardi si deve smettere di fuggire.
Ad acuire l’impossibilità di staccarsi dalla pagine è una prosa sorprendente e cesellata, a tratti lirica, in cui le parole sono tratti di pennello. Tra dialettismi e termini preziosi, la Murgia usa una costruzione letteraria impareggiabile, che non è definibile altrimenti che come prosa poetica. Il mezzo perfetto per raccontare una storia in cui non si può far altro che immergersi, uscendone con la consapevolezza di avere guadagnato qualcosa, non in certezze ma in definizione di ciò che davvero ci fa umani: la pietà.

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