I migranti: troppi, dannosi, costosi? Sfatiamo qualche mito.

 

di Claudia Galeano

Andare perchè si deve. Partire, alla ricerca di altro, di un mondo disegnato dalle voci che corrono, dalle immagini che trovano sempre il modo di arrivare in ogni angolo del mondo, anche il più povero. Partire alla ricerca di un futuro, di un minimo di dignità, del cibo per i tuoi figli. Oppure soltanto di un luogo dove le bombe non radano al suolo il giardino di casa.
E arrivare, se si è tra i pochi baciati dalla sorte, in un luogo dove queste immagini sono derubricate a frasi da buonisti, mentre altri ripetono che i problemi sono altri.
È sul disagio che fa leva chi alza i muri, su una crisi che non si allenta, sul timore che ci tocca tutti. L’humus perfetto per chi deve ricordarci che noi veniamo prima. Non solo, che noi veniamo “invece”. O noi, o loro.
O io, l’autoctono (ma siamo sicuri?) o lui, il viaggiatore, il migrante, l’Altro. Che viene da un altrove, da un contesto che ci è lontano e che ci vuol poco a fare apparire alieno.
E l’alieno spaventa, e su di lui fioriscono leggende che passando di bocca in bocca si trasformano in certezze. Convinzioni che si sedimentano, alimentate da nuove voci, variamente consapevoli, di cui i migranti sono l’argomento più gettonato. Ma non è difficile smentire una diceria, se si desidera farlo.

“Sono troppi”, talvolta ci si sorprende persino a pensarlo. Se è vero che, per la sua posizione geografica, l’Italia è il paese europeo sulle cui coste sono giunti il maggior numero di immigrati, la loro incidenza in percentuale sulla popolazione italiana è molto minore di quella percepita.
Se l’Istat certifica una presenza di immigrati in Italia prossima ai 5 milioni, i dati Eurostat specificano che si tratta di una quantità inferiore a quella di altri paesi europei. In Germania ad esempio se ne contano 7,5 milioni. Nella classifica, l’Italia si situa solo al 3 posto, dietro al Regno Unito e con numeri vicini a quelli di Spagna e Francia.

Interessante la classifica dei migranti giunti nel 2014. In Germania ad esempio ne sono arrivati 885mila, nel nostro paese 607mila in meno, e quelli rimasti sono una minima parte, in particolare 130mila, contro i 206 mila che si sono stanziati in Spagna nello stesso lasso di tempo. Infine il rapporto tra il numero di emigrati nel nostro paese e gli abitanti è molto diverso da come viene percepito.
Secondo i dati sopra riportati, i migranti sono il 8, 33 % della popolazione italiana, a fronte di paesi come il Lussemburgo che ne ospitano il 46%. Percentuali sopra il 10% della propria popolazione si registrano anche in Cipro, in Lettonia, Estonia, Austria, Irlanda e Belgio.

“In un periodo di crisi, le spese connesse ai migranti sono troppe”. È un’altra osservazione comune. A smentirla è l’Ocse, nella sua nota sull’immigrazione del 2014. Le spese sociali riferite ai migranti impiegano appena il 3% dei fondi stanziati. Si tratta inoltra soprattutto di fondi comunitari. Secondo il sopra citato rapporto dell’Organizzazione per lo Sviluppo Economico, le risorse messe in campo dal nostro paese ammontano a circa 6,8 milioni, 37 quelli erogati invece dagli enti comunitari.

I migranti irregolari che sbarcano sono collocati in attesa nei centri di prima accoglienza sparsi per l’Italia. Numerose inchieste e rapporti di ONG che se ne occupano descrivono più spesso come strutture vicini ai lager che come alberghi di lusso, ormai diventati anche materia artistica, come in “Io vittima del CPT”, dei Radiodervish. Eppure è ormai diventata comune la diceria per la quale ogni migrante riceverebbe giornalmente una cifra variabile a seconda della fonte della voce, tra i 30 e i 40 euro. Una frase ormai diventata un mantra, pressochè ossessivo.

È Redattore sociale a fare chiarezza. É vero che il costo per il mantenimento di un migrante si aggira intorno ai 35 euro. Si tratta di una cifra non ufficializzata, ma di una media formulata a partire dai piani finanziari che i comuni aderenti allo SPRAR (Sistema di protezione e accoglienza per rifugiati e richiedenti asilo) devono presentare a una commissione di enti locali. Si tratta tuttavia di una cifra che non viene corrisposta direttamente all’individuo, ma alle cooperative di cui i comuni si avvalgono per gestire l’accoglienza. Si tratta delle spese di vitto, alloggio e manutenzione.

Si genera quindi  un business, a favore di aziende italiane. Spesso virtuoso e talora illegale, come l’inchiesta “Mafia capitale” ha dimostrato. Coi soldi erogati si pagano inoltre i servizi di riqualificazione professionale e i tirocini, per rendere il migrante autonomo dalla spesa comune, e le rette delle comunità, che però per i comuni aderenti allo SPRAR non possono superare gli 80 euro.
Questi soldi provengono da un fondo apposito dal ministero dell’Interno.
Cosa resta ai migranti, quindi? Una diaria effettivamente esiste, per le piccole spese quotidiane. Questa “astronomica” dotazione ammonta a 2,50 euro al giorno. Può forse consentire una vita di lusso?

In tempi di crisi, ritorna di attualità il suggerimento che Enea rivolge dalle pagine dell’Eneide di Virgilio ai propri compagni sbarcati nel Lazio. Guardarsi da chi ha poco, quando non si ha nulla. Chi possiede poco è spesso ostile verso chi possiede ancora meno. È ciò che vediamo accadere quotidianamente sul tema del lavoro. Tutti abbiamo sentito dire spesso che i migranti “rubano” il lavoro. Sono ancora gli economisti dell’OCSE a certificare che i migranti svolgono mansioni definite “vulnerabili”, in grande maggioranza prive di tutele e prospettive, in edilizia o in agricoltura: vittime perfette di ogni forma di caporalato.
Ad arrivare è quindi “manodopera scarsamente qualificata”, a prescindere del livello dell’istruzione di chi parte, spesso molto superiore di quanto siamo portati a credere.
Giunti qui, tuttavia, si trovano a fare lavori a rischio e spesso rifiutati dalla manodopera italiana qualificata, eppure fondamentali alla nostra quotidianità. “Se gli immigrati scioperassero per una settimana, il Paese collasserebbe”.
A lanciare questa provocazione era Teresa Sarti Strada, presidente di Emergency, in un’intervista del 2005. Sono gli economisti, oggi, a darle ragione. La nota dell’OCSE certifica che l’apparato statale si è nei fatti appoggiato alla manodopera migrante, che fornisce un introito spesso superiore alle spese sostenute quando è impiegato nel settore produttivo. Soprattutto le donne sono però fondamentali anche nel settore della cura dei cittadini italiani. Scrivono gli esperti OCSE.

“Con la terza percentuale più alta in tutta l’area Ocse di persone anziane, l’Italia ha un bisogno strutturale di badanti qualificate», ricordano gli economisti: «Il ricorso a donne immigrate sottopagate è diventato così uno dei meccanismi per compensare l’insufficienza di servizi pubblici”. Sono migranti coloro che sopperiscono alla scarsità di contributi erogati dall’INPS alle persone che necessitano di assistenza. Davvero possiamo fare a meno del lavoro dei migranti, cui spesso affidiamo mestieri che riteniamo degradanti?

Questo è ciò che aspetta davvero un migrante che giunga in Italia. La massima vulnerabilità possibile. E allora perchè mettersi in viaggio, un viaggio rischioso su carrette del mare fatiscenti (Quando non in cargo dalle condizioni inimmaginabili o con soluzioni ancora più rischiose) e in cui si sa che forse si morirà? Perchè cercare un futuro che forse implicherà un lavoro, benchè sfruttato e vulnerabile? La risposta la offre Human, spettacolo teatrale su questo tema di scena in questi giorni, a firma Lella Costa e Marco Baliani.  “Per quel forse”.
Fonti: Dati Eurostat, Dati Istat, Nota Ocse, Redattore sociale, Io vittima del CPT, Intervista Teresa Sarti Strada

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