Vi siete mai chiesti come si vince un Oscar? In un mondo ideale, la risposta sarebbe scontata ed immediata: grazie al merito. In un mondo ideale però Shakespeare’s in Love non avrebbe mai vinto contro Salvate il soldato Ryan, Hitchcock avrebbe quanto meno ricevuto la statuetta per Vertigo, e -ammettiamolo- il caro e vecchio Leo avrebbe vinto per uno dei suoi precedenti film, non per The Revenant. È ovvio dunque che ci sono altri fattori che determinano la vincita. Prima di arrivare però a parlarne, è il caso di parlare delle nomination.

Alle nomination degli Oscar partecipano ben 6mila votanti, tutti facenti parte dell’industria cinematografica. Per entrare a far parte della prestigiosa giuria bisogna infatti corrispondere a precisi criteri lavorativi, in modo che solo gli addetti ai lavori partecipino alla scelta; inoltre ognuno dei giurati potrà votare solamente per il proprio ambito di pertinenza e quindi, solo i registi potranno nominare la miglior regia, solo gli attori il migliore attore e così via. Il discorso non si applica però al miglior film, che può essere votato da tutta la giuria.

Una volta inviati tutti i voti, indicando dalle cinque preferenze alle dieci preferenze in ordine di gradimento, una dozzina di contabili dell’azienda PriceWaterHouseCoopers li contano (a mano!), e selezionano i nominati in base ad un sistema preferenziale basato sul “magic number”: se un nome/titolo raggiunge il numero adatto di preferenze, calcolato per ogni categoria, tale nome/titolo viene automaticamente nominato; si procede così a scartare il nome/titolo meno votato nelle prime preferenze e si ricomincia con il nome/titolo che abbia la seconda maggioranza di prime preferenze, al quale viene sommata quella di seconde preferenze, si scarta un altro, e si continua con il terzo con la maggioranza di prime preferenze, più la terza maggioranza di seconde e terze preferenze, e così via.

I vincitori dell’Oscar al Miglior Film del 1999 (Shakespeare’s in Love); da sinistra David Parfitt, Donna Gigliotti, Harvey Weinstein, Edward Zwick e Marc Norman.

Il problema fondamentale di tale metodo risiede nel momento dello scarto di un film con meno preferenze: qualora una scheda indichi un titolo/nome che abbia ottenuto la minoranza di prime preferenze, essa non viene scartata, ma semplicemente la prima preferenza impopolare viene depennata per tenere in conto invece della seconda indicata e poi della terza e così via. La conseguenza è un sistema che tende a dare più valore al voto in generale, che sia entusiasta o solo generalmente soddisfatto, ottenendo così l’eliminazione di film validi, magari innovativi, ma che non si possano rivolgere a un pubblico più ampio.

Seppur il sistema delle nomination stesso sia abbastanza opinabile (ma del resto quale sistema elettorale non è soggetto a dubbi?), esso è senz’altro più corretto di ciò che succede dopo. Il problema fondamentale infatti non è tanto prima, quanto dopo l’annuncio delle nomination: poiché tutti i nomi della giuria sono pubblici, le case produttrici incominciano la corsa a chi riesce a sponsorizzare al meglio il proprio film, attori e connessi. Partono infatti le “For your consideration” campaign, che mirano in sostanza a corrompere i giurati.

Per quanto infatti la pubblicità in sè, volta ovvero a far conoscere il proprio prodotto, sia del tutto utilizzabile, queste campagne non puntano tanto al farsi conoscere -dato che l’avere ottenuto la nomination presuppone conoscenza, e teoricamente la visione dell’opera- ma servono a convincere ogni giurato del fatto che il proprio lavoro, l’attore nel proprio film, il direttore della fotografia etc meritino molto di più degli altri. E il modo che negli anni si è rivelato come il più efficace è in sostanza comprare i giurati con gadgets, party a casa delle star, foto con queste e con addirittura costosissimi regali, come nel caso degli orologi d’oro regalati per ottenere la vittoria di Sharon Stone in La dea del successo.

Il primo ad utilizzare queste “campagne pubblicitarie” fu Harvey Weinstein, cofondatore della Miramax, famoso per i suoi metodi spesso senza scrupoli pur di far vincere un suo film, che includevano tartassare di telefonate i giurati, e spendere fortune per le campagne.  Non a caso Shakespeare’s in Love era proprio della Miramax, e furono spesi ben 5 milioni di dollari nella campagna post nomination pur di assicurargli la vittoria contro Salvate il soldato Ryan. Lo stesso metodo è stato utilizzato per Il mio piede sinistro, The artist, Silver linings playbook (cui capo pubblicitario era lo stesso che curò la campagna di Obama del 2009), e tra gli altri anche per La vita è bella!

Il metodo però non si ferma ai soldi ma alla stessa pressione psicologica: così, nel caso di Leonardo Di Caprio si è puntato sul fatto che ormai era giunto il tempo di dargli un Oscar, poverino; per Meryl Streep in The Iron Lady sul fatto che fossero ventinove anni che non vinceva un Oscar; o in altri casi al fare circolare determinate notizie sugli avversari, come nel caso de Il Pianista, che vincendo il BAFTA di quell’anno fece impanicare tutti alla Miramax, che risolvettero dicendo di Polanski che era uno stupratore e un pedofilo, e casualmente qualche giorno dopo sul sito Smoking Gun comparse la deposizione di trent’anni prima di una delle vittime.

Tuttavia, la Miramax è evidentemente solo una delle case produttrici che impiega tale metodo. Esso è diventato prassi per tutte le case produttrici, perché un Oscar vale molto di più del prestigio: se la sola nomination agli Oscar può far guadagnare fino a 14 milioni in più al botteghino, la vittoria può portare fino a 30 milioni totali in più nelle casse della casa produttrice. Le campagne non sono altreo che un ottimo investimento, e la statuetta d’oro tanto amata ed ambita non è altro che il riconoscimento per chi è stato più abile.

Ci sono poi dei casi a parte, ovviamente: non tutti i vincitori sono da considerarsi degli abili pubblicitari, anzi spesso meritano anche di vincere. Il problema è che questo metodo non sempre premia chi lo merita, ed anzi a volte esclude completamente altri che non possiedono gli stessi mezzi della Miramax e co.

Inoltre, la stessa serietà della giuria è alquanto opinabile, perché qualora non seguano il criterio della migliore propaganda, in alcuni casi non usano assolutamente un criterio. Così a volte i giurati -che in questo caso possono votare per tutte le categorie, senza limitazioni- votano a caso in categorie che non comprendono a pieno (e lo fanno pressoché sistematicamente per i film animati), oppure votano senza neanche guardare il film -come nel caso di 12 Anni Schiavo-, nonostante siano apertamente invitati ad astenersi qualora non fossero competenti in determinate categorie per i più svariati motivi.

Le statuette vinte dal film “12 Anni Schiavo”

Per ovviare a tale meccanismo approssimativo quest’anno le votazioni sono state addirittura spostate così  che ci sia modo di valutare più film, e considerare in maniera più cauta le stesse nomination. Mentre dunque di solito le votazioni avvengono nell’ultimo periodo di dicembre, quest’anno avverranno dal 5 fino al 13 gennaio, e saranno dunque annunciate il 24 invece che il 14 come l’anno scorso. Le campagne pubblicitarie si potranno dunque scatenare in tutta la loro aurea gloria fino all’11 febbraio, quando incominceranno le votazioni per gli effettivi vincitori.

Ma dunque infine dovremmo porci una domanda inevitabile: dobbiamo dare davvero così tanto valore ad un’istituzione del genere?

 

credits:

  • A. CONNOVER, Adam Ruins Everything – Talent Doesn’t Win Oscars. Money Does., TruTV
  • J.WUNG, Behind the scenes: How Oscars nominees are selectedEntertainment Weekly
  • J. DAVID, A Brief History of Harvey Weinstein’s Oscar Campaign TacticsVulture
  • K. ROBERTS, The Academy sets dates for 2017 Oscars Voting, Nomination, Moviefone
  • A. FIAMMA, La regola degli Oscar, Rivista Studio
  • immagine di intestazione © Oscars