Non tutti sanno di non sapere. L’olio di palma non è pericoloso per la nostra salute più di quanto non lo sia qualsiasi altro prodotto grasso contenuto negli alimenti, dal burro alla margarina. Il motivo per cui il suo utilizzo ha generato preoccupazioni sempre crescenti non è comunque da sottovalutare, e riguarda l’impatto ecologico della sua filiera produttiva.

Questo ingrediente è così diffuso negli alimenti dal momento che, presentando caratteristiche molto simili al burro e alla margarina, ed un costo inferiore, ne costituisce un ottimo sostituto. L’olio di palma infatti, a differenza di altri prodotti grassi di origine vegetale, contiene un elevato tenore in acidi grassi saturi e si presenta allo stato semi-solido a temperatura ambiente.

Sulla base dei dati riportati dalla FAO (Food and Agriculture Organisation), i principali Paesi produttori di olio di palma sono Indonesia, Malaysia, Colombia, Papua Nuova Guinea e Guatemala, con il 96 % della produzione che si concentra nei primi due. La produzione a livello mondiale si aggira attorno ai 50 milioni di tonnellate all’anno, ed è previsto che aumenti fino a raddoppiare entro il 2050.

La ragione per cui questa produzione provoca non pochi grattacapi ai consumatori è il suo grave impatto ambientale: la coltivazione della palma richiede la deforestazione permanente a scapito della foresta pluviale equatoriale, il polmone verde del nostro Pianeta, con una drammatica erosione della biodiversità. Perdere la biodiversità non comporta soltanto dire addio a specie uniche, come l’Orangutan, ma anche la distruzione di quei prerequisiti grazie ai quali si perpetua la vita sulla Terra.

La pianta da cui si ricava la maggior parte dell’olio di palma prodotto nel mondo è la Palma da Olio Africana (Elaeis guineensis). Sono coltivate sempre per la produzione di olio, ma in misura minore, le specie Elaeis oleifera e Attalea maripa. Queste piante appartengono alla famiglia delle Arecaceae, che raggruppa le palme più conosciute, tra cui quelle che producono cocco e datteri. Possono raggiungere l’altezza di 20 m, con foglie pinnate che si allungano fino a 3-5 m.

La Palma da Olio produce infiorescenze molto dense, da cui si originano grappoli che possono pesare fino a 30 kg, carichi di frutti tondeggianti. Questi sono simili a prugne, per colore e dimensioni, e contengono un solo seme circondato dalla polpa dalla quale si ricava l’olio. Anche dalla spremitura dei semi è possibile ricavare un prodotto utile, chiamato olio di palmisto, anch’esso utilizzato nell’industria alimentare.

Basta aggirarsi per le foreste pluviali del Borneo e di Sumatra con Google Earth per rendersi conto in prima persona delle devastanti conseguenze della coltivazione della Palma da Olio. È semplice riconoscere le piantagioni, vaste aree suddivise in rettangoli regolari dentro i quali si allineano le ampie chiome delle palme, dalla foresta vergine.

Elaeis guineensis

Gran parte della coltivazione della Palma da Olio è realizzata da grandi compagnie in forma intensiva, su scala industriale e non sostenibile. Una quota non trascurabile dell’olio di palma – il 45 % in Indonesia – è però prodotto su piccola scala da smallholder, contadini che coltivano appezzamenti non più grandi di 50 ettari. Gli smallholder ricorrono a tecniche colturali con un inferiore contenuto tecnologico, di minore impatto sull’ambiente e quindi più sostenibili, a fronte però di rese più basse. Per queste famiglie produrre olio di palma è una risorsa fondamentale, permette loro di ricavare un reddito sufficiente al sostentamento, aprendo l’accesso a sanità e istruzione, e ad un miglioramento complessivo delle condizioni di vita.

Si è costituita a partire dal 2006 un’organizzazione no-profit che riunisce vari portatori di interesse che operano a tutti i livelli della filiera dell’olio di palma, tra cui produttori, intermediari, investitori e associazioni di consumatori, con lo scopo di promuovere tecniche produttive sostenibili e certificare coloro che le adottano. Questa iniziativa prende il nome di RSPO, Roundtable on Sustainable Palm Oil (www.rspo.org). La sua azione si basa sulla riduzione delle sostanze chimiche utilizzate nella coltivazione, nella protezione della biodiversità e nel supporto tecnico agli smallholder per il miglioramento delle rese.

Non è ancora obbligatorio riportare sulle confezioni dei prodotti alimentari il marchio (Figura 5), ma è possibile trovare in internet elenchi delle aziende che hanno ottenuto tale certificazione. Un elenco di aziende italiane certificate è disponibile sul sito dell’ICEA (Istituto Certificazione Etica e ambientale, http://www.icea.info/images/Certificati/RSPOdirectory17mag2016.pdf).

 

 

Credits immagini: Jade Wulfraat, cookies, Unslplash [Creative Commons Zero]; Dawn Armfield, orangotango, Unsplash [Creative Commons Zero]; Franz Eugen Köhler, Köhler’s Medizinal-Pflanzen (List of Koehler Images) [Public domain], via Wikimedia Commons.