Con lo sbarco in Italia del servizio Amazon Prime Video, lo scorso 14 dicembre, è stata resa disponibile gran parte del parco titoli prodotto da Amazon; una delle sue serie di punta è proprio Transparent, un “dramedy” che ruota attorno alle difficoltà di un padre di famiglia nel comunicare ai figli la propria transessualità, e attorno a quest’ultimi, le cui turbolente vite personali sono costantemente tese tra il desiderio della felicità e l’impossibilità a ottenerla.

Una premessa è d’obbligo: Transparent non è una serie per tutti. Non perché sia complicata o pretenziosamente elitaria, anzi, ma la mano di Jill Soloway (ideatrice anche della serie HBO Six Feet Under), così abile nel tratteggiare le minime sfumature della psiche umana, può facilmente risultare stucchevole a chi, da Transparent, si aspetta una commedia pura. Io stesso, come spettatore, dopo essermi approcciato alla serie senza alcuna conoscenza pregressa, giunto a metà della prima stagione (per ora sono 3, con una quarta già in cantiere) mi trovo a oscillare tra la volontà di dedicarmi ad altro e lo stupore nello scoprire, di volta in volta, un tassello di quei complicatissimi mosaici che sono i personaggi.

In mano ad altre persone, la serie si sarebbe probabilmente divertita a costruire tutta una serie di gag in pieno stile comedy anni ’90 ma basta un’occhiata al pilot per accorgersi che in Transparent non si ride. Si sorride al massimo -gli elementi da commedia ci sono tutti: il rovesciamento del ruolo paterno, l’inettitudine relazionale dei personaggi, lo scontro generazionale, etc.- ma sono ben più numerose le volte in cui, in virtù del legame empatico che i personaggi riescono a stabilire con lo spettatore, quest’ultimo si ritrova a condividere con loro le piccole gioie e a soffrire per le loro sventure.

Se Maura (così decide di battezzare il protagonista la propria ritrovata identità femminile) vive in prima persona il dramma di sentirsi donna in un corpo maschile, i suoi tre figli vivono tutti la crisi dei valori familiari e della sessualità tradizionale; dalla maggiore, Sarah, che abbandona marito e figli dopo essersi innamorata di un’amica d’infanzia, alla trasognata malinconia di Ali, passando per Josh e il suo problematico rapporto con le donne, diviso com’è tra l’amore disperato per una ragazzina e il suo bisogno di avere una donna matura al fianco. Tutti loro vivono in pieno una crisi degli affetti e dell’identità, quanto mai speculare a quella affrontata dal padre.

Il rischio di cadere nel cliché o nell’approssimazione è sempre dietro l’angolo quando si parla di argomenti così delicati ma il vero miracolo di Transparent sta proprio in questo, nel riuscire a non dare mai per scontato quello che, a detta di molti sceneggiatori, è l’elemento più difficile da rendere in maniera credibile sullo schermo: la psiche dei personaggi e il loro caleidoscopio interiore.