I raggi del sole penetrano dalla finestra e mi sembra colpiscano tutti la mia testa dolorante. Ci si accaniscono, i maledetti. Stropiccio gli occhi e mi rigiro fra le coperte. Il mio cranio potrebbe stare esplodendo, ho lo stomaco in subbuglio ed i piedi indolenziti per la lunga camminata notturna di ieri. Il livido è ancora lì, sul mio mio braccio destro, anche lui maledetto. Pure questo sabato ho bevuto troppo. Birre, cocktail e shot. Non mi sono fatto mancare niente. Non penso riuscirò ad alzarmi ancora per un po’. Nel frattempo la stanza ha accolto la luce del mattino che filtra dalla persiana lasciata semiaperta. Lo guardo ancora. Una macchia viola al centro, che sui lati tende al giallognolo ed ha una corona rossa che ripercorre il ricordo del morso. Me lo ha lasciato Alice due settimane fa, alla festa del mio migliore amico. Avevamo bevuto tanto anche lì. Inizio a pensare che ultimamente sto bevendo troppo. Per fortuna mi limito ai weekend ma non va bene comunque. Se lei ieri fosse venuta forse non avrei bevuto tanto. Invece quei messaggi che mi ha mandato, piena di dubbi e timori mi hanno fatto presagire quello sta per succedere. Forse quello mi ha convinto ad ubriacarmi.

Due settimane. La permanenza del livido sul mio braccio e della nostra breve storia. Lei non se ne è ancora andata ma so che quando arriverà a casa mia sarà solo per dirmi che se ne va. Quella sera ci siamo baciati, è stato bello, presi dall’ebbrezza ma anche dalla voglia di scoprire qualcosa di nuovo. Lei era esaltata e mi baciava e mi mordeva sul braccio, io non sentivo il dolore, annebbiato dall’eccitazione e da quello che avevamo bevuto. Mi accorsi degli imbarazzanti segni solo il giorno dopo. Fu divertente prenderla in giro davanti alle sue amiche che ancora non sapevano cosa fosse successo. E guardandolo solo ora mi viene in mente. Come ho fatto a non pensarci prima.

Un anno fa. Abbiamo passato un weekend alla casa al mare di un mio amico con tutti i miei compagni del liceo per festeggiare la fine dell’ultimo anno. Furono giorni strani. Era stato un anno difficile per me, la voglia di lottare era stata messa a dura prova, avevo solo voglia di fuggire da quel mondo e da quelle persone. Tranne che da pochi. Due intimi amici e lei, la donna che più ho amato. Anni ad inseguirci abbiamo speso. Non era mai il momento giusto, o almeno ci impegnavamo a non renderlo tale. Avevo commesso così tanti sbagli che aveva finito per odiarmi. Non immaginavo sarebbe mai stata mia. Era invece un anno che stavamo insieme. Vivevamo insieme su uno scoglio lontano da quelle cose che odiavamo entrambi, da quelle cose che ci facevano sentire così soli, ora soli insieme però. Anche in quei giorni avevo un livido sul braccio destro. Un prelievo eseguito male. Mi era scoppiato un terribile ematoma che mi ha segnato il braccio per dieci giorni. Un vero schifo. Portavo il maglione a maggio per non doverlo vedere. Quella notte dormimmo insieme, abbracciati su un letto durissimo in una stanzetta. Lei si era addormentata, stremata. Aveva avuto una terribile mattinata a Roma, problemi familiari, poi era venuta qui con il treno e aveva dovuto passare la serata a far finta di essere felice ed in vena di festeggiare. Lei più di me festeggiava il non dover vedere più quelle persone. Io invece non riuscivo a dormire. Guardavo il soffitto illuminato da un sottile raggio di luna che passava dalla finestrella. Mi permeava la stessa sensazione che ho stamattina. La percezione della fine.

Due situazioni così diverse e così simili. Accomunate da questo stupido livido e da quella certezza. Guardo il triste lampadario che pende sopra di me. Tutta questa stanza è così triste. Priva di colore e di sentimento. Almeno non mi costringe a provare nulla. Né tristezza quando sono felice né allegria quando sono triste. Mi lascia in pace, insomma. Come vorrei facesse il mondo, d’altronde. Guardo il cellulare. C’è un messaggio di Alice. Arriverà fra un’ora. Ho ancora un po’ di tempo per pensare.

È la prima volta da quando ci siamo lasciati che provo qualcosa per una ragazza. In questi mesi mi sono passate davanti in molte, con alcune sono stato, con altre ho fatto sesso, ma nessuna mi ha mai smosso dall’inerzia nella quale sono caduto. Ero sereno. Niente di peggiore. Ero tranquillo. La cosa più brutta. Avevo accettato lo stato delle cose e nulla mi turbava, come nulla mi interessava. Stavo bene ed aspettavo solo qualcosa che mi facesse stare male, per poter di nuovo capire cosa voglia dire esser felici. Con Alice tutto questo è successo. Ci siamo sentiti e visti in queste due settimane, e sono bastate a folgorarmi. Nulla mi interessa più di conoscerla, di sentirla parlare, di abbracciarla. Lei è puro caos. Disordine. Immanenza, mutabilità, continuo cangiare, confuso saltare da uno stato all’altro, impossibile da seguire. Tutto ciò che potevo volere, quindi. Ma non si può pensare che una persona così possa stare bene, essere felice e pronta ad accogliere qualcuno in se stessa. Come ho potuto pensare che si sarebbe lasciata inseguire da me con la promessa di fermarsi per farsi abbracciare e stringere? Fra le mani mi sarebbe potuto rimanere soltanto un ruvido albero, come Dafne per Apollo.

L’anno scorso, quando provavo ad addormentarmi in quella stanzetta, le cose non andavano veramente male. Forse nemmeno veramente bene, ma non c’era motivo per lasciarsi. Solo che sapevo sarebbe successo. Era diventato difficile stare dietro ai suoi mutevoli drammi e lei invece non poteva più stare vicina ai miei, sempre gli stessi. Lei aveva accolto il mio essere, così pacato e tranquillo, ingannevolmente stabile, per fuggire a quei suoi impeti che non le permettevano di lasciarsi essere felice. Ma quella dolce alcova che si era creata in me non poteva durare per sempre. Il liceo stava finendo e tutto sarebbe cambiato. Nulla più l’avrebbe costretta e avrebbe lasciato andare di nuovo quella donna sopita che amavo. Ne ero quasi contento. Avrei lasciato che la nostra relazione finisse solo per vedere di nuovo la donna che mi aveva fatto impazzire. Mi ero innamorato anche della donna che era diventata con me, ma forse non era la stessa cosa. Volevo un ultimo estatico sguardo alla sua bellezza prima di salutarci. Come Euridice ed Orfeo.

Forse non c’è nulla di più bello di vedere le cose che si distruggono. I palazzi in fiamme che cadono rovinosi. Un fiore che appassisce. Sono belle solo le cose che finiscono. Solo la caducità può essere amata. Per questo già mi sento di amare Alice, e domani, quando non saremo più nulla, smetterò, per tornare alla mia solitudine, alla quale mi stavo abituando.

Due storie così diverse, per durata, ma così simili. Due settimane hanno concentrato anni. Per dimenticarmi di lei mi servirono mesi, stavolta mi basteranno dei giorni. Almeno questo.

È andata come immaginavo. È venuta, ha riversato gli stessi dubbi e timori. L’ho consolata, protetta per un po’, ci siamo baciati ed abbracciati. Poi se ne è andata e mi ha detto che non sarebbe tornata. Sono solo. Faccio l’unica cosa che posso fare. Scrivo a Cesare, dice che mi passa a prendere. Andiamo da Flavio, anche lui si è lasciato stamattina. Nemmeno a Cesare le cose vanno bene. Che gruppo fortunato. La tristezza diventa ancora più bella quando si può condividere, assume quel tono ironico, beffardo. Scendo in strada, fa caldo, avrei dovuto mettere i bermuda. Il sole echeggia sui palazzi gialli e mi acceca. Mi fa ancora male la testa. Il livido è sempre lì, che mi ricorda di essere triste e pensare a lei. Ad entrambe.

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