Si voltò a guardare quelle quattro valigie piene. Se ne stavano lì, in piedi, come se la stessero guardando, chiedendole: “Quindi ci siamo?”. Solamente un mese prima le aveva trovate vuote ed ognuna con un fiocco rosso, accompagnate da un biglietto che diceva: Speriamo siano sufficienti per contenere buona parte dei tuoi sogni, con amore Mamma e Papà.

Se lo ricordava bene quel giorno: le emozioni contrastanti, i pianti e la gioia, ma soprattutto la paura. Aveva aperto la busta proveniente da New York con le mani tremanti e sudate, aveva riletto quella lettera scritta in inglese almeno cinque volte, continuamente pervasa dal dubbio di averne travisato il contenuto. Invece no, aveva capito benissimo: il New York Times la voleva con sé, aveva accettato la sua richiesta per uno stage di sei mesi, si congratulava e la invitava in redazione per firmare il contratto e cominciare questa nuova esperienza. Aveva dovuto ripetere le parole “andrò a New York!” ad alta voce più volte, prima di riuscire a crederci davvero. Di certo, quando aveva inoltrato il suo curriculum e tutti i suoi articoli tradotti in inglese alla redazione del New York Times, non credeva sul serio di farcela; immaginava migliaia di giovani talentuosi che rispondevano al suo stesso annuncio, che avrebbero sicuramente avuto più esperienza di lei. Aveva abbracciato quella lettera, studiato la consistenza della carta, la densità dell’inchiostro, immaginandosi il viaggio di quella semplice busta da New York ad una piccola cittadina italiana, l’aveva mostrata a tutta la sua famiglia, ai suoi amici, quasi come fosse l’unico modo per convincere tutti che fosse vero. Nel mese che seguì l’arrivo di quella lettera, i preparativi per la partenza furono l’unica attività rilevante. Cercare un appartamento, preparare le valigie, comprare il biglietto aereo: quest’ultimo punto fu quello che più la spaventò ed emozionò. Non cercava un A/R a poco costo, doveva solo PARTIRE, nessun biglietto di ritorno: i suoi sogni viaggiavano in una sola direzione.

Le valigie regalatele dai genitori dimostravano tutto il loro appoggio e il loro orgoglio: dopo anni di fatica all’università, finalmente sentì di averli resi fieri senza riserva, non aveva più paura di fallire, di vedere un’ombra di delusione sui loro volti. Sapeva quanto sua madre facesse fatica a celare la sua paura dietro un sorriso sempre entusiasta, quanto suo padre avrebbe voluto che fosse New York ad andare da lei e non il contrario, per tenere la sua bambina sempre con sé; ma entrambi erano coscienti del fatto che quella loro unica figlia avesse sempre avuto grandi sogni, che un giorno avrebbero dovuto guardarla partire e intraprendere un viaggio che fosse solo suo e nessuno dei due aveva dubbi che questo viaggio l’avrebbe portata in alto.

Nell’ultimo mese le questioni affrontate non erano state solo organizzative ma anche, e soprattutto, emotive. Non stava andando dietro l’angolo, non era più solo Milano, la sua meta si trovava dall’altra parte del mondo, sarebbe stata sola e, per quanto non le sarebbe mancato l’affetto delle persone a cui teneva di più, sapeva che non avrebbe potuto ricevere un loro abbraccio nei momenti difficili. L’accordo, con le sue amiche, fu quello di non scambiarsi grandi addii, nessuna lacrima sarebbe stata versata. In modo molto razionale avevano decretato che, partendo dal presupposto che non stesse andando al fronte, non avrebbe avuto senso piangere o dirsi addio. Certo, New York non era vicina, ma nessuno avrebbe impedito loro di andare a trovarla.

 

Circa una settimana dopo aver ricevuto la lettera, andò a trovare sua nonna, preparandosi un bel discorso per darle la notizia; la nonna fu la prima persona a cui confidò questo sogno, questa sua voglia di partire per gli Stati Uniti, di costruirsi una carriera lontana dall’Italia. La nonna era sempre stata una persona molto concreta, la vita le aveva insegnato che sognare è bello, ma portare a casa la pagnotta è tutt’un altro discorso. Quando per la prima volta le parlò di New York, la nonna le chiese se davvero fosse necessario andare dall’altra parte del mondo per fare la giornalista. Non che non volesse darle il suo supporto, cercò solo di ancorare i piedi della nipote al terreno, alla realtà; non riuscì a capire che l’anima sognatrice di sua nipote non poteva essere imprigionata, relegata in un angolino. Erano ovviamente cresciute in tempi diversi e vedevano l’ambizione sotto due prospettive diverse: un’inutile perdita di tempo per l’anziana nonna, l’indispensabile sale della vita per la nipote. Quando le comunicò ufficialmente che da lì a poche settimane sarebbe partita, la nonna dovette sedersi e prendere un bel respiro: sussurrò un incredulo “ce l’hai fatta”, la abbracciò e scoppiò a piangere. Vedere la nonna così la turbò, non capì subito che questo stage non solo stava per sconvolgere la sua vita, ma che anche la nonna e il suo modo di vedere il mondo, mutarono un po’ la loro prospettiva.

Quell’ultimo mese in Italia volò via, non ebbe il tempo di fermarsi a pensare. Per la sua ultima sera organizzò una piccola cena a casa sua, con i suoi genitori e le amiche più intime, quelle che erano state con lei dalle prime pagine scritte su un piccolo quaderno, fino alle prime pubblicazioni su qualche giornale locale ed ora erano pronte per darle la giusta spinta in questo grande salto. Tutti riuniti intorno alla tavola, parlarono di argomenti che le parevano irrilevanti, rispetto a quel che stava per accadere, ma che seguivano la linea impartita: non è niente di eclatante. Al momento del dolce, le sue amiche le diedero un grande scatola, che non avrebbe potuto renderla più felice: incartati tutti insieme, c’erano cinque quaderni Moleskine, a righe, esattamente come quelli che negli ultimi anni aveva riempito con la sua fantasia; erano accompagnati da un biglietto, firmato da tutte: Non riusciamo ad esprimere quanto siamo orgogliose di te e quanto ci mancherai, abbiamo voluto regalarti questi semplici quaderni perché sappiamo che a renderli speciali saranno le tue parole, come sempre. Ad accompagnare questi quaderni c’era una piccola guida di New York e una ristampa de “I Miserabili” di Hugo con all’interno una dedica:

Affinché ogni volta che vorrai o ne avrai bisogno, tu possa ricordarti perché hai deciso di fare della scrittura la tua vita. Noi ci abbiamo sempre creduto e crederemo in te, sempre.

Una lacrima di commozione le rigò una guancia, abbracciò le amiche tutte insieme e alla fine, nonostante l’accordo, scoppiarono tutte e cinque a piangere.

Arrivò il momento di mettersi a letto per l’ultima notte in quella camera, in quella casa. Com’era sempre stato nella sua vita, prima di un grande giorno, dopo aver spento la luce, i pensieri la assalirono. Le prese il panico che per tutto il mese aveva rimandato “a più tardi”, arrivò la paura, la nostalgia ancora prima di essere lontana. Non riusciva a pensare ad altro che a tutte le cose che sarebbero potute andare male, in quel momento vedeva soltanto il bicchiere mezzo vuoto. Nonostante il punto di arrivo fosse ciò a cui avesse sempre aspirato, sdraiata sotto a quelle coperte riusciva a cogliere solo il demone del fallimento, nascosto dietro ad ogni angolo della sua mente. Certamente l’emozione era forte: stava per andare a vivere da sola, in una grande città, avrebbe dovuto affrontare chissà quante difficoltà senza l’appoggio di nessuno, almeno per il primo periodo. Avrebbe dovuto cavarsela da sola e la paura di non farcela, di dover mollare, la paralizzò.

Poi, quasi magicamente, in mezzo a questo turbinio di negatività, una piccola voce si fece strada nella sua testa, che richiamò alla sua memoria la frase di una vecchia canzone, la quale riuscì a sopire ogni pensiero negativo, facendole ricordare il motivo per cui non esisteva scelta migliore del viaggio che era sul punto di intraprendere: sono sempre i sogni a dare forma al mondo, a fare la realtà. Le bastarono queste semplici parole a calmarla, a farle prendere fiato.

Controllò l’ora più volte, prima di riuscire ad addormentarsi e quando fu quasi sul punto di farlo, il cellulare vibrò. Aprì il messaggio appena ricevuto:

<Forse avrei dovuto scrivere prima questo messaggio, forse, per una volta, avrei potuto avere il coraggio di salutarti di persona. Lo sappiamo che il coraggio, quando si tratta di te, mi manca sempre. Ho saputo che parti e ho scoperto che parti domani, volevo solo augurarti buon viaggio e tanta fortuna per questa nuova avventura, sono sicuro ne sarai all’altezza. Ti voglio bene e mi sarebbe piaciuto condividere la gioia che stai vivendo. Mi mancherai>.

Non rispose a quel messaggio, spense il telefono e capì che non sarebbe mai esistito momento migliore per chiudere la porta col passato, andare avanti, senza voltarsi indietro; perché se ti volti indietro, da New York, l’Italia non la vedi.

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