Sette anime insonni abitano la periferia londinese. E con le loro sette storie ne compongono un affresco desolato e deprimente. Kate Tempest presta loro la sua voce, la sua poesia, coraggiose e commoventi. In un periodo storico ricolmo di disinteresse nei confronti della critica sociale, ricolmo di disattenzione nei riguardi di chi si trova in situazioni socio-economiche o psicologiche disastrate, le canzoni di questa contemporanea cantrice degli emarginati tentano di riportare gli errori del mondo occidentale ai timpani indifferenti del pubblico musicale.

A due anni dall’esordio – l’altrettanto aggressivo e profondo Everybody Down – Kate Tempest continua a mantenere fede al proprio pseudonimo, componendo traccia dopo traccia un coeso assalto all’ipocrisia, alla cupidigia di una società in attesa di un giudizio purificante. Let Them Eat Chaos rilascia l’energia che si era accumulata con la narrazione quasi romanzesca del primo album; stavolta, le storie dei suddetti sette personaggi si intrecciano piuttosto come se fossero in una raccolta multi-prospettica: un incontro di destini inghiottiti dai sobborghi disastrati di Londra.

E l’inizio, la spoken wordPicture A Vacuum”, non potrebbe essere più evocativo: “Picture a vacuum / An endless and unmoving blackness /Peace, or the absence at least, of terror […] Picture the world / Older than she ever thought that she’d get / She looks at herself as she spins / Arms loaded with the trophies of her most successful child […] Now, is that a smile that plays across her lips / Or is it a tremor of dread?”. La Terra, stampata anche sulla copertina dell’album su di un opprimente sfondo carbone, è costretta dai suoi stessi figli ad una schiavitù auto-distruttiva, che la circonda di una nube d’asfalto.

Appaiono così sin dalle prime battute dell’album le preoccupazioni ambientaliste, alle quali Kate affianca le polemiche anti-istituzionali, mai banali o demotiche, che compongono la sua poetica. La sua è pura rabbia di chi ha sofferto ed ora non può far altro che inveire contro lo sfacelo della terra del menefreghismo. È evidente nella eccellente “Europe Is Lost”, dove la voce è in bilico tra rabbiosa disillusione e intristita ironia; attacca l’immobilismo egoistico ed egotistico di cui è fatto un abbozzo già nella precedente “Lionmouth Door Knocker”, notturno volo angelico sui tetti delle case periferiche. Il mondo è fermo alle 4:18 di mattina, orario che ritorna immutato in ognuna delle sette narrazioni, in cui i personaggi espongono le proprie disavventure e insicurezze.

Si parte dalla ex-tossicodipendente Gemma: “Might be fun just for a while / To go back to where my hurt is from / Rinse myself through emptiness / And push my body close to / Anybody who can recognize the presence of my ghost”. Sostenuta da uno dei beat più martellanti dell’opera – la cui produzione è interamente affidata all’amico Dan Carey –, la canzone si costruisce sulle preoccupazioni di Gemma riguardo al suo passato, macchiato dall’etichetta di “tossica”, dalla quale teme di non potersi più liberare a causa della moralizzante inquisizione sociale, impietosa nei confronti di queste individualità che avrebbero invece bisogno di comprensione e supporto.

Il passato torna in forma spettrale in “We Die”, i cui synth paiono indugiare nel loro crescendo, sotto ad una voce assonnata e cupa che racconta il coraggio di chi si aggrappa alla vita pur trovandosi nel dedalo delle difficoltà e delle ristrettezze. La periferia è lasciata a sé stessa, senza sostegno; i suoi abitanti possono contare solo sulle proprie forze, ma la maggior parte d’essi non riesce a trovare un senso a cui aggrapparsi e finisce così con lo sperperare ogni risparmio (“Whoops”) o vagare negli effluvi della depressione (“Pictures On A Screen”). I ritmi intelati da Carey accompagnano alla perfezione le voci che di volta in volta Kate deve impersonare, simulandone il flusso narrativo e lo stato emotivo come se emanassero dalle loro stesse parole.

Mentre queste minuscole maschere di vita si rivelano, sopra le loro teste si sta formando una tempesta minacciosa come nessuna che l’ha preceduta. I nembi si avvicinano e si palesano in “Don’t Fall In”. Sono le nuvole a parlare, a confessare come siano state l’avidità e l’indifferenza dell’uomo a procrearle; l’uomo, ignaro artefice del suo destino, è concentrato ad occuparsi del suo orticello, lo sguardo equestre, limitato e chiuso nella sua isola di contentezza. Tuttavia, Kate sostiene, le preoccupazioni permangono e nidificano nelle menti e nelle case della gente: sarà la tempesta in arrivo a liberarle (“Tunnel Vision”).

Kate Tempest è indubbiamente uno di quei rari casi in cui la musica si abbassa e si fa ascolto, prima ancora che urlo. La natia di Brockley non punta all’auto-affermazione, al narcisismo che infesta il rap mainstream, bensì ad un obiettivo ben più nobile: l’attenzione sociale ed esistenziale è la prima qualità di questa artista, che sta dimostrando come si possa fare musica di qualità e godibile da un punto di vista sonoro, senza necessariamente perdere in potenza narrativa e critica. Per di più, non tutti i rapper possono vantare una capacità compositiva del livello che trapela dalla scrittura della Tempest (“Breaks”), infiammata tanto quanto le sue esibizioni dal vivo, in cui mostra una padronanza lessicale ed un coinvolgimento emotivo eredi delle invettive sociali tipiche di una spesso trascurata poesia inglese.

 

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