“Supprimez cette perception des différences, et vous supprimerez le temps”

J.-M. GUYAU, La Genèse de l’Idée de Temps

Il tempo inventore, il tempo tiranno. Il tempo passionale, il tempo nostalgico. Il tempo che ha ossessionato secoli di scrittori, pensatori e scienziati, portandoli a formulare tesi racchiuse tra gli estremi della finitezza e dell’eternità. Dopo secoli di determinismo e assolutismo, il ‘900 è stato il secolo in cui è “tornato” il tempo.

Nella fisica, con la teoria della relatività (ristretta e generale) di Einstein, la concezione classica, deterministica e meccanica del tempo deve essere rivalutata. In filosofia, il tempo diviene visione del soggettivo, in quanto messo in atto dal soggetto stesso, che vede la realtà attraverso la lente intima della coscienza, secondo l’interpretazione di Bergson, per il quale il tempo della fisica non può render conto di quel tempo che scorre nelle coscienze. Innegabile è, tuttavia, che tali coscienze siano influenzate e la loro percezione modellata da variabili esterne, tra cui velocità e posizione spaziale. Nella letteratura, abbiamo avuto i casi eccellenti di Proust, Joyce e Musil, per non citare i successivi Calvino e Queneau, i quali tutti hanno esplorato a loro modo le profondità di un concetto tanto intricato da apparire alle volte incomprensibile.

Vorrei prendere in esame, in particolare, due scrittori del secolo scorso nei cui testi il tema della temporalità è stato affrontato in due maniere distinte. Trattandosi di due autori connazionali, si può tra l’altro privare il discorso di quasi ogni filtro interpretativo nazional-culturale. I due in questione sono Borges e Cortázar, l’uno precursore del boom della letteratura latina nel secondo Novecento, l’altro considerato esponente di punta dello stesso. Entrambi maestri nell’arte del racconto breve, nella pittura narrativa di storie la cui complessità sintattica è seconda solo a quella concettuale che trasuda dai loro scritti. Il tempo è, per entrambi, un eminente fenomeno sul quale la penna deve soffermarsi. Prima però, un’ultima rassegna dello statuto che il tempo è venuto ad assumere nella storia del pensiero.

Il dilemma della temporalità comincerebbe, seguendo il ragionamento di matrice aristotelica del filosofo francese Jean-Marie Guyau (citazione in apertura), nel movimento: il tempo ha origine dallo spazio, dalla realtà che ci circonda e dalla quale emerge. Esso non sarebbe dunque una struttura assoluta, pre-esistente, ma anzi sarebbe dipendente da fattori percettivi e ne potremmo, di conseguenza, fare a meno per quanto riguarda l’ambito della ricerca fisica, come ha sostenuto Carlo Rovelli. Usando una terminologia cartesiana, dato che non si trova nel mondo esterno, nella res extensa, il tempo dovrà quindi trovarsi o venirsi a trovare nella res cogitans, ovvero nella mente umana che, percependo il cambiamento dello spazio, riesce ad astrarre dallo stato presente in cui si trova e proiettarsi al passato e al futuro.

Borges è uno degli autori ad aver maggiormente concentrato i propri sforzi letterari in una esquisse, potremmo dire “analitica”, del concetto di tempo. La sua impostazione di partenza è prettamente metafisica, prendendo a modello di riferimento una concezione del tempo più cognitiva che basata su fatti empirici, ma proprio per questo portatrice di suggestioni e sentieri narrativi (che si “biforcano”, come nel celebre racconto) inimitabili. L’universo borgesiano vive in una tensione costante verso l’indeterminatezza dell’eterno, perennemente in bilico tra il mitico e l’inesistente: la storicità impossibile e fantastica che permea i racconti di Borges, esegeta del tempo, lo hanno reso uno degli autori più stimati e stimolanti della sua generazione. Nella sua “Nuova confutazione del tempo”, breve saggio scritto tra il 1944 e il 1946, ampliando sugli argomenti idealisti di Berkeley e Hume, afferma a un certo punto del discorso: “Se ogni stato psichico basta a sé stesso, se vincolarlo a una circostanza o a un io è un’illecita e oziosa aggiunta, con quale diritto gli imporremo poi un luogo nel tempo?”. La realtà temporale diviene, così, irreale, semplicemente derivata da una tendenza oggettivante e assolutizzante dell’uomo determinista. Invece il tempo dev’essere personale, intimo; è qualcosa che attraversa ciascuno di noi e che, alla fine, siamo noi stessi. Dice Borges, a conclusione del suddetto saggio: “Il tempo è la sostanza di cui sono fatto. Il tempo è un fiume che mi trascina, e io sono il fiume”.

Sono idee che l’autore costruisce sia mediante lo strumento del racconto che del saggio, in una costante e puntigliosa esplorazione filosofica del nostro essere. Lo fece con “Storia dell’Eternità” (1936), altro saggio sull’argomento, stavolta attraversando le diverse interpretazioni che hanno dato del fenomeno i pensieri platonico, cristiano e nietzschiano. Qui, proponeva nel primo capitolo, che dà il titolo all’intera opera, la sua personale conclusione sul tempo e sull’eternità: “La vita è troppo povera per non essere anche immortale”. E come creare immortalità in una vita che è de facto temporalmente chiusa, limitata? Borges trova la sua risposta mediante l’ipotesi del tempo intellettuale, il tempo della mente, dalla quale non può essere scisso e nella quale trova la sua ultima conferma e prova d’esistenza.

L’applicazione di tale pensiero è rintracciabile, ad esempio, nei racconti della raccolta “Finzioni” (1944), in particolare nel già menzionato “Il giardino dei sentieri che si biforcano” e in “Il miracolo segreto”, dove la temporalità diviene grazie al fortuito intervento divino, che tuttavia appare più magico e intrinseco al personaggio stesso, una dimensione della conoscenza umana e propria del suo essere sfaccettato e interminabile. Quella di Borges è, come egli stesso ammise diverse volte, una ricerca che desidera rifuggire ogni sorta di dogmatismo, di pensiero rigido e schematico, imposto; una ricerca che è compiuta per condurre l’uomo all’accettazione della propria condizione di essere fisicamente finito, per potergli mostrare come l’eternità sia già dentro di lui.

Diversamente si comportano le storie articolate da Cortázar, anch’egli esploratore metafisico e straripante di inventiva. Si può incominciare dalla sua opera più conosciuta, l’iper-romanzo (secondo la definizione che ne diede Calvino) “Rayuela” (1963), vero e proprio libro universale, che narra le vicende tra Parigi e Buenos Aires del protagonista Horacio Oliveira. Già la forma del romanzo è una sfida alla linearità del tempo di lettura di un’opera. Vi sono infatti due diverse maniere in cui può essere letta: l’una tradizionale, l’altra seguendo l’ordine dei capitoli consigliato dall’autore stesso nell’iniziale tavola di orientamento. Un terzo metodo di lettura è quello in cui il lettore decide autonomamente quale strada narrativa seguire. La temporalità appare, dunque, spezzata anche solo nel concepimento formale del capolavoro di Cortázar.

Nonostante sia cosparso di ragionamenti esistenziali (a partire dalla metafora-chiave rappresentata dal titolo stesso), in “Rayuela” i personaggi sono perennemente fissati nel mondo materiale, nel quale circolano in disperata ambizione del paradiso metafisico, dell’eternità silenziosa. Il tempo qui non è intrinseco all’uomo, ma lo circonda e ne è cosparso, senza tuttavia riuscire a raggiungere la sua dimensione più anelata, l’immortalità. In un passaggio del capitolo 9, si delinea un dibattito attorno ai pittori Klee e Mondrian, il primo considerato da Oliveira “più modesto perché esige la molteplice complicità dello spettatore, non basta a sé stesso”; l’altro artista, invece, “ha bisogno più della tua innocenza che della tua esperienza”. Oliveira conclude dicendo: “In fondo Klee è storia e Mondrian atemporalità. E tu muori per raggiungere l’assoluto. Mi spiego?”, che equivale ad uno scioglimento del tempo nella realtà empirica, ad un tempo che è tutt’altro che essenziale come i quadri di Mondrian. L’assoluto può essere solo divino: l’eternità non è affare per l’uomo sociale intriso di temporalità.

Le riflessioni sul tempo e la relazione dell’uomo con esso riempiono le successive opere dell’autore, a partire dalla raccolta di “Tutti i Fuochi il Fuoco” (1966), dove ritorna sì, come in Borges, l’idea di eternità come preclusa all’uomo nella sua fisicità; ma, al contrario del suo “maestro”, Cortázar non riporta il tempo sul piano del metafisico-cognitivo, per cui l’uomo è esploratore delle sue eterne possibilità, bensì su quello del metafisico-reale. Come descritto dal racconto “L’isola a mezzogiorno”, il tempo è un inganno che serve all’uomo per rifugiarsi nell’illusione di poter fuggire; non è una sostanza di cui si compone, ma un fenomeno storico del quale viene a trovarsi partecipe, sopraggiungendo la morte a spezzarne la continuità. Si potrebbe dire che, in questo senso, mentre Borges si caratterizza per la propria analisi teorica e mitica del tempo, Cortázar ritrova questo elemento calato nella dura realtà dell’uomo, dunque modellato non sulle sensazioni umane, ma sul procedere inclemente della storia umana.

 

Fonti:

  • Immagine (Giorgio De Chirico, Piazza d’Italia)
  • Julio Cortázar, Tutti i Fuochi il Fuoco (Einaudi); Rayuela – Il Gioco del Mondo (Einaudi); Ottaedro (Einaudi)
  • Jean-Marie Guyau, La Genèse de l’Idée de Temps (Les Introuvables)