Wall Street, un giudice dell’Alta Corte di Equità: il narratore. Prince Nez, Tacchino e Zenzero: i suoi collaboratori. Bartleby: uno scrivano. Punto. Questi i personaggi del racconto di Melville, tutto si svolge nelle mura di un edificio, pochissimi i riferimenti a uno spazio esterno.

Claustrofobia, questa la parola con cui ci sentiamo di definire il racconto, questa la parola che nasce nella nostra testa immediatamente, non appena cerchiamo di dare una forma, una consistenza alla storia.

La storia, giusto, in breve. È quasi ridicolo parlarne, il racconto è estremamente statico: non succede letteralmente nulla, in termini di azione. I personaggi non subiscono un’evoluzione, una crescita, rimangono come sono. Una storia che si sviluppa tutta in orizzontale, senza l’appoggio di una linea verticale. O, forse, una storia che non si sviluppa affatto. Vediamo.

Conosciamo già il narratore, un giudice dell’Alta Corte di Equità. Un uomo benestante, felice, pacato, un bravo lavoratore con un bello stipendio, una bella casa. Magari un cane. I tre collaboratori: Tacchino e Prince-Nez, due lavoratori a metà. Il primo efficiente di mattina, inutile di pomeriggio. L’altro, l’esatto contrario. Un incastro perfetto. Zenzero, chiamato così perché il suo compito, all’interno dell’ufficio, è unicamente quello di potare le focaccine aromatizzate.

E poi, Bartleby. Finalmente, Bartleby.

[…] Rivedo ancora quella figura: pallidamente linda, penosamente decorosa, irrimediabilmente squallida! Era Bartleby. […] In un primo momento Bartleby eseguì una straordinaria mole di lavoro. Quasi fosse ingordo di avere qualcosa da copiare, pareva volesse rimpinzarsi di documenti. Non c’era pausa per digerirli. Scriveva giorno e notte, copiando alla luce del sole e al lume della candela. Mi avrebbe entusiasmato quella sua dedizione, se fosse stato allegramente operoso. Continuava invece a macinare lavoro in silenzio, esangue, con moto meccanico. 

Uno scrivano, un bravo scrivano. Uno scrivano efficiente, magari un po’ triste ma poco importa: una macchina, un grande lavoratore che conquista la fiducia del nostro narratore. O almeno, così pare.  

Ora, torniamo un attimo al narratore. Immaginiamolo indaffarato, ricoperto di carte, immerso nel lavoro, mentre chiama disperato Bartleby, chiedendogli di dare un’occhiata a una faccenda scomoda, impegnativa. E immaginiamo Bartleby che con il suo candore, la sua educazione e il suo garbo sgrana gli occhi, magari accenna un sorriso, alza il sopracciglio sinistro, arriccia il naso, apre la bocca e pronuncia queste parole con un filo di voce:

I would not prefer to. 

Un narratore incredulo sgrana gli occhi, apre la bocca ma non gli esce la voce, allarga le braccia, inizia a gesticolare in maniera scomposta. Uno scrivano impassibile si limita a guardarlo. Poi, fa un passo indietro e torna alla sua postazione.

Questo il primo di una lunga serie di I would not prefer to. 

Preferirei non aiutarla con quell’affare, preferirei non seguirla nel suo ufficio, preferirei non fare più questo lavoro, non copiare queste carte, non abbandonare questo edificio. 

Preferirei rimanere a vivere qui sempre, giorno e notte. 

Perché questo è ciò che diventa Bartleby: un infisso dell’edificio, come lo definisce Melville. Una presenza costante, inevitabile, che si insinua a Wall Street e che preferisce non abbandonare la sua postazione, pur non svolgendo alcun tipo di lavoro. Un uomo paradossale, intrigante, affascinante, Pieno di ombre. Una macchina ormai completamente priva di linfa vitale.

Ecco la claustrofobia di cui parlavamo, declinata in due modi, uno prettamente fisico e l’altro assolutamente mentale: le mura di Wall Street, alte, possenti, impenetrabili, una gabbia da cui nessuno riesce a uscire. E poi, le mura di Bartleby, altrettanto impenetrabili, così impenetrabili da diventar irritanti e che costringono il narratore a fare i conti con la sua presenza costante. Un circolo claustrofobico, che farebbe impazzire chiunque.

E infatti, il narratore impazzisce. Continua a definire Bartleby un eccentrico senza rendersi conto che questa definizione non è assolutamente calzante: Tacchino è eccentrico, Zenzero, lui stesso può essere definito eccentrico. Ma Bartleby no. Bartleby è pacato, educato, passivo, malinconico, apatico, forse infelice.

E di fronte a questa infelicità, il narratore non sa proprio come comportarsi: prova pena, compassione, poi rabbia, poi di nuovo tristezza, è irritato, sconfortato, arrabbiato. Forse infelice, anche lui.

Le mie prime emozioni erano state di pura malinconia e di sincera, aautentica pietà ma, mano a mano che la solitudine e l’isolamento di Bartleby crescevano nella mia immaginazione, quella stessa malinconica trascolorava in paura, quella pietà in repulsione. […] Per un essere sensibile la pietà non è di rado sofferenza. E quando alla fine si intuisce che tale pietà non si traduce in un efficace soccorso, il senso comune impone all’animo di sbarazzarsene. […] Avrei forse potuto soccorrere il suo corpo, ma non era il corpo a dolergli; era la sua anima che soffriva, e non potevo raggiungere la sua anima. 

Eccolo lì, il nostro narratore, terrorizzato di fronte al dolore di Bartleby. Talmente terrorizzato da provare rabbia, da cercare di sbarazzarsene. Una storia vecchia, insomma, niente di nuovo. Un’anima impenetrabile, scomoda, un muro che nessuno vuole oltrepassare per paura di scoprire qualcosa di terribile, per paura di toccare con mano il Dolore.

Troviamo una certa difficoltà nel trovare il tema di questo racconto. Ne troviamo mille, o nessuno. L’alienazione, la paura, il dolore, l’infelicità, la claustrofobia, la pazzia, l’apatia. Oppure il nulla, un racconto fine a se stesso, privo di temi, semplicemente piacevole. Ma, forse, il bello è proprio che ogni lettore può trovarci il proprio personalissimo tema, sviscerarlo, cercare di capirlo, di interpretarlo, di analizzarlo. È un racconto fisicamente statico, vero. Ma a livello mentale è tutta un’altra storia: è assolutamente, indiscutibilmente dinamico. Riesce a muoversi e a muovere, a espandersi, a delineare ogni singola sfaccettatura dei personaggi, a dare mille chiavi interpretative, mille spunti psicologici e allo stesso tempo a far lavorare il cervello dei lettori. Come ci si sente alla fine? Spaesati e pieni di sensi di colpa. Non sapremmo dire nei confronti di cosa in particolare, forse di Bartleby? Del narratore? Di Zenzero? Non lo sappiamo. Comunque la prima sensazione, a racconto terminato, non è confortevole. Anzi, è piuttosto scomoda. Ma lasciatelo sedimentare un paio d’ore e diventerà già più accogliente, diciamo una poltrona di vimini. Bella da vedere ma piena di buchi. Quattro ore, un’amaca. Pittoresca, a piccole dosi. Sei ore, una sedia girevole. Quelle degli uffici, con lo schienale foderato. Divertente ma sfuggente. Otto ore, un divano di pelle, ancora un po’ troppo freddo ma tutto sommato piacevole. Passate le otto ore, mettete il vostro racconto a letto e infilatevi anche voi sotto le coperte. Il giorno dopo sarà tutto più chiaro. Voi vi sveglierete con la testa vuota, gli occhi gonfi, la luce del sole che entra dalla finestra, l’odore del caffè. Vi alzerete dal letto e sbadigliando lancerete un’occhiata veloce al cuscino. E il racconto sarà lì, morbido, paffuto, caldo e accogliente. Una metamorfosi notturna: da poltrona di vimini a cuscino. Dategli tempo, alla fine ne varrà la pena.

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