Martedì 22 novembre ricorreva il centenario della nascita di padre David Maria Turoldo (1916-1992) e la Fondazione Ambrosianeum ha organizzato una serata nella basilica di San Ambrogio per ricordare il frate-poeta. Padre Turoldo è stato rievocato attraverso filmati e riproduzioni audio degli archivi Rai, con letture delle sue poesie, e soprattutto grazie agli interventi di laici e religiosi che lo hanno conosciuto negli anni dell’attività milanese; o più tardi, negli anni dell’allontanamento. La Fondazione ha chiamato l’evento “L’approdo e i ritorni. David Maria Turoldo e Milano”, mettendo subito in primo piano il rapporto speciale tra l’uomo e la città, e rappresentare il prete che fu “la coscienza inquieta della Chiesa”.

Le sue vicende milanesi iniziarono nel 1940, quando venne assegnato al convento di Santa Maria dei Servi in San Carlo al Corso. Friulano, di umilissime origini, divenne noto per le sue predicazioni durante la messa domenicale in Duomo, nelle quali era solito sferzare gli opulenti sciuri milanesi; e questi, nonostante l’indignazione, subivano la fascinazione di questo frate massiccio e biondo dalla voce grave. Durante l’occupazione nazista di Milano tra il ’43 e il ’45, Padre Turoldo collaborò attivamente alla resistenza antifascista con la diffusione di un periodico clandestino, L’uomo, e in vita non ebbe paura di schierarsi politicamente (a favore del divorzio, ad esempio), interpretando il comando evangelico “essere nel mondo senza essere del mondo” come un “essere nel sistema senza essere del sistema”.

Laureatosi in filosofia nel 46′ all’Università Cattolica, credeva nel confronto delle idee e non si fissò mai su rigide posizioni ideologiche. Il suo impegno, insieme a quello di Camillo de Piaz, si concretizzò nel centro culturale La corsia dei servi (l’antico nome della strada che dal convento dei Servi portava al Duomo), grazie al quale trovarono spazio e pubblicazione alcune delle idee progressiste che sarebbero state affermate due decenni più tardi, con il Concilio Vaticano II. Turoldo fu anche uno dei sostenitori dell’esperienza comunitaria di Nomadelfia, la comunità cattolica creata da don Zeno Saltini nell’ex campo di concentramento di Fossoli, nella quale si cercava di vivere secondo lo stile di vita espresso negli Atti degli Apostoli.

Accanto all’impegno religioso e culturale, quello letterario. Autore di testi teatrali, traduttore di salmi, compositore di poesie. Una personalità vulcanica, sicuramente scomoda. A metà degli anni ’50 è costretto dall’Ordine ad allontanarsi da Milano e da qui iniziano le sue peregrinazioni. Viene assegnato in diversi conventi in Europa e nel mondo (Austria, Baviera, Svizzera, Canada), viene fatto tornare spesso in Italia, ma per soggiorni brevi, affinchè “il sangue non coaguli”.

All’inizio degli anni ’60 decide di dare avvio a una nuova esperienza religiosa comunitaria, e gli viene concesso di fermarsi nel monastero cluniancense di Sant’Egidio in Fontanella, nei pressi di Sotto il Monte. Accanto allo storico edificio del Priorato, edificò una casa per l’ospitalità a cui diede il nome “Casa di Emmaus: un’altra fucina delle idee. Vi rimarrà fino alla morte, avvenuta nel 1992, dopo aver lottato contro il drago, “insediato come re” nel suo ventre: così chiamò il suo cancro.

Fatta una prima conoscenza con il personaggio, ci riserviamo di approfondire al più presto la sua produzione poetica.

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