Il dandy per eccellenza, un personaggio scomodo per molti artisti contemporanei e non solo, Oscar Wilde anticipa gli eventi, sarà il faro di quelle libertà non solo sociali, ma anche letterarie che avverranno nel secolo successivo (basti pensare alle Avanguardie di primo Novecento!).

Nessuno è esonerato dalle sue critiche: né la società vittoriana, né alcuni autori che pure in futuro godranno di una notevole fama come Balzac, Maupassant, Stevenson.

Tutto per amore dell’arte: l’Arte, quella con la A maiuscola, è l’essenza della vita, una vita, quella di Wilde, immorale sotto molti punti di vista, ma secondo la sua visione della creatività, si può dire che tutta l’arte è immorale, nel momento in cui la si consideri come scarto dalla norma, come straordinario per uscire dall’ordinario: una definizione che specchia lo stesso autore.

Eppure il nostro amato dandy pur essendo tale, in realtà rifiuta la società poiché la contrapposizione tra questa e l’arte è netta, a vantaggio della seconda: infatti considera il progresso industriale solo come un nuovo modo dello Stato per controllare i propri cittadini; a distanza di più di un secolo non si può negare quanto, in realtà, la sua visione fosse profetica, ci troviamo nel caso paradossale in cui, la società storicamente più libera è anche la più controllata. Ovviamente stabilire i confini tra controllo e libertà non è il fine di questo articolo ma tutto ciò lascia comunque l’amaro in bocca.

Wilde affronta temi che non hanno perso la loro attualità, come quello della soggettività nell’arte: “Tutta la creazione artistica è assolutamente soggettiva” e forse per tale motivo ammirava tanto Shakespeare: “non ci parla mai di se stesso nei suoi drammi, i suoi drammi ce lo rivelano assolutamente, e ci mostrano la sua vera natura e il temperamento assai più completo di quanto facciano quegli stessi strani e squisiti sonetti, nei quali egli denuda davanti a occhi di cristallo il segreto recesso del suo cuore. L’uomo è meno se stesso quando parla in prima persona”.

Non possiamo dimenticare come ha affrontato al contrario, la perdita della soggettività individuale nell’arte: celebre il suo Dorian Gray che non solo vive per l’arte, ma addirittura nell’arte! Solo un genio creativo come Wilde poteva spiegare tali idee con un romanzo, riversando in questo tutto il suo mondo; è chiara infatti un’omosessualità latente, non affermata, eppure presente: questo giovinetto fatale, bellissimo e che forse, proprio per questo, sentiamo già condannato, ha amicizie particolari che ricordano molto quelle autobiografiche di Wilde. La condanna di Gray è quella che lo stesso autore dà a se stesso, al proprio io poetico: che sentisse il rimorso dei sensi di colpa?

Colpa o meno, la mancanza della componente puritana (e quel senso di colpa? una eventuale mancanza lo distinguerebbe dagli altri decadenti) fa di lui uno dei più grandi autori del secolo, l’ultimo dandy, ma sarà anche la causa della sua rovina: dall’apice della fama arriverà alle torture dei lavori forzati non, stavolta, per amore dell’arte, ma a causa della passione per Basil (lord Alfred Douglas). Il processo farà terminare la sua carriera; la sua intelligenza lo aveva sicuramente portato a considerare le conseguenze di questa amicizia molto ostentata, ma pare non ne avesse tenuto conto: al processo non si discolperà, nel nome della sua legittimità nell’essere omosessuale.

Nel momento in cui il giudizio sociale sembra superare addirittura quello divino, Wilde stupisce il mondo ignorando entrambi, accetta la chiusura mentale dei suoi contemporanei, solo dopo aver cercato di abbattere quelle convenzioni per cui una differente versione di affetto era sacrilega.

Eppure Wilde fu l’estetismo inglese.

Si vuol porre ad epigrafe di questo articolo, che di certo non può rendere giusto merito alla maestria dell’artista, una delle sue citazioni che potrà esprimere, meglio di molte altre parole, quello che rappresentava l’arte per Wilde: “Nessun grande artista vede mai le cose come sono veramente. Se lo facesse, smetterebbe di essere un artista (…); in un epoca molto arida e pratica, le arti non si ispirano alla vita, bensì l’una alla altre”.

 

 

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