L’oggetto di un desiderio impossibile, la sua idealizzazione e l’estasi amorosa, tutta immaginaria, che ne deriva: sono questi Les Amours Imaginaires (Gli Amori Immaginari) di Xavier Doland, che al suo secondo film -uscito nelle sale nel 2010- ci regala un meraviglioso inno alle insicurezze di tutta una generazione.

Ne sono emblema Marie e Francis, due amici che si innamorano dello stesso coetaneo, Nicolas. Questo “adone compiaciuto” -così lo definisce di primo acchito Marie- non piace inizialmente a nessuno dei due, eppure diventerà l’oggetto principale dei loro desideri. Egli infatti, in quanto incarnazione del David di Michelangelo per lei, e rappresentazione dei disegni erotici di Cocteau per lui, rappresenta l’occasione perfetta per la realizzazione amorosa, per “essere amati, più che di amare”, come ha detto lo stesso Dolan.

Si innesca così una vera lotta tra i due amici, ormai rivali, e vittime di una ricerca ossessiva di conferme che non arriveranno mai. È difficile infatti comprendere chi potrebbe ricevere la preferenza dell’oggetto amato, connotato da un’ambiguità e da una sessualità indefinita, che non possono far altro che lasciare spiazzati i due “amis amoureaux”.

Così, l’estasi che accompagna l’amore non può far altro che intrecciarsi con l’angoscia e le insicurezze, rese perfettamente dalle inquadrature della gestualità dei due attori principali, lo stesso Dolan e Monia Chokri, cui interpretazione a volte sopra le righe, quasi teatrale, non fa altro che sottolineare lo stato d’eccitazione e le palpitazioni amorose. Il tutto viene poi accentuato ulteriormente dalle scelte stilistiche dell’autore, che sottolineano l’eccessività del sentimento dei due; ed è in particolare l‘utilizzo sistematico dello slow motion a diventare mezzo espressivo, enfatizzando ogni mossa e reazione dei personaggi, in una realtà rallentata che diventa simbolo dello stesso processo d’idealizzazione tipico degli innamorati, soprattutto quelli nel post-adolescenza.

Tale realtà viene scandita ulteriormente da una colonna sonora onnipresente, che diventa veicolo dello stesso senso del film: essa pone enfasi in ogni scena, ed è con tutte in perfetta sintonia, com’è in sintonia con le emozioni dei personaggi. È emblematica da questo punto di vista la scena forse più riuscita di tutto il lungometraggio, ovvero il ballo al limite del sensuale di Nicolas e la madre durante la festa di compleanno di lui: luce intermittente e musica amplificano la bellezza di ogni movimento, in un rallenty che incanta definitivamente i due protagonisti -e il pubblico con loro- ormai all’apice della loro follia amorosa.

Marie e Francis non sono però altro che un esempio del processo idealizzante dell’amore: ne sono vittime anche i loro coetanei che, in alcune confessioni/interviste che si intervallano alla storia, rivelano il loro rapporto con l’amore, spesso ossessivo e non ancorato alla realtà. Tali rivelazioni, che per ben tre volte interrompono la narrazione, dividendo così il film in tre atti principali, ci ricordano come gli eventi di cui siamo testimoni non siano frutto di due personalità in particolare, ma sia uno stato tipico, dal quale nessuno può scappare ed è consciamente o meno vittima prima o poi.

Nonostante però la drammaticità, è sempre la leggerezza a regnare sovrana nella seconda opera di Dolan, che, grazie ad un’estetica perfetta e quasi ostentata, ci dona un film che ci seduce esattamente come Nicolas fa con i suoi amici, catapultandoci nel mondo di quella che è la sua generazione degli amori immaginari.

Credits: cineblog.com