Senza dubbio al giorno d’oggi l’italiano è la lingua preminente ed esclusiva parlata sul nostro territorio nazionale, sebbene utilizzata in maniera sempre più limitata nel lessico e scorretta nella grammatica.

Secondo l’ultima analisi dell’ISTAT, condotta dieci anni fa sulla nostra lingua, per il 72% dei casi l’italiano è l’unica lingua utilizzata; rimane tuttavia un 20% della popolazione che la affianca al proprio dialetto locale ed un 8% che utilizza solamente la propria lingua territoriale, per lo più nelle regioni a statuto speciale.

Sebbene desueto, sarebbe un gravissimo errore trascurare la portata in Italia del dialetto, in quanto fonte di una saggezza pratica ed espressiva custode della nostra lunghissima situazione pre-unitaria.

Non è un caso se Pasolini, grande conoscitore e studioso dei dialetti italiani, scrisse come “un contadino che parla il suo dialetto è padrone di tutta la sua realtà”.

Se infatti l’italiano ci è stato in qualche misura imposto, il dialetto territoriale è nella nostra cultura congenito ed ancora oggi suole prevalere nelle circostanze più dirette ed informali della comunicazione.

I dialetti italiani si contraddistinguono come lingue sorelle dell’italiano ufficiale, anch’essi lingue romanze dirette evoluzioni del latino.

I vari dialetti possono essere raggruppati in ampie regioni, all’interno di ciascuna delle quali le sfumature della parlata dialettale trovano numerosi punti di unione.

L’area settentrionale, che potremmo estendere a sud comprendendo tutta l’Emilia-Romagna, vede dominare lingue romanze occidentali, raccolte nel gruppo detto gallo-italico. Fanno parte di questo il piemontese, il ligure, l’insubre, l’orobico, l’emiliano e il romagnolo.

Si differenziano lievemente il veneto e l’istrioto, con quest’ultimo che risentendo dell’idioma dalmata può essere annoverato tra le romanze orientali.

Sono casi unici ed autonomi il friulano ed il ladino (dominante nella provincia di Bolzano, ma parlato anche in quelle di Trento e Belluno), che non sono lingue gallo-italiche, bensì gallo-retiche.

Unknown

In Toscana, come prevedibile, troviamo il più diretto antenato del nostro italiano, quella lingua letteraria poi estesa a tutto il territorio nazionale.

Rientra in questo gruppo toscano anche il dialetto corso, insieme con il gallurese, che però paga forte dazio all’influenza sarda.

Gli studiosi pongono poi particolare risalto alle parlate municipali dell’Appennino tosco-emiliano, considerata un diretto nesso tra il gallo-italico ed il toscano.

Nell’Italia centrale si raggruppano i dialetti più simili e confondibili tra loro, classificati come facenti parte del gruppo italico-mediano. Questi, a seconda dell’area, fluttuano tra il toscano, il gallo-italico o l’italico-meridionale, dazio pagato direttamente alla storia politica del nostro stivale.

Un fattore di unità linguistica è certamente dovuto al secolare dominio dello Stato della Chiesa, vigile custodi di questi territori.

Si stagliano in questo gruppo l’umbro, i dialetti marchigiani, il romanesco, il reatino, l’aquilano ed il ciociaro.

Arrivando in Campania entriamo nel territorio del gruppo italico alto-meridionale, dove su tutti svetta la lingua napoletana.

Rientrano nel ceppo sicuramente il molisano, il lucano, il teramano, l’abruzzese occidentale e tutte le parlate della Puglia settentrionale.

Parlando invece di lingua siciliana, dialetto calabrese e salentino cadiamo nel gruppo italico meridionale estremo, con le sue piccole enclave di parlata albanese o greca.

Caso a parte è ancora una volta la Sardegna, stato nello stato. La lingua sarda è idioma a se stante nel panorama neo latino, differente dall’ispanico, dal gallico e dall’italico.

In tutto ciò, la stessa lingua sarda si differenzia notevolmente al suo interno, distinguendo tra il sardo logudorese con le sue declinazioni (nuorese, barbaricino) parlato nel centro-nord, ed il sardo campidanese, parlato invece a sud.

Insieme a questo, nella città di Alghero la lingua parlata è il catalano, come fossimo a Barcellona; sull’isola di San Pietro, a sud, il dialetto usato è un progenitore del ligure; ad Arborea, in provincia di Oristano, per un lungo periodo si parlò veneto, causa l’immigrazione del periodo fascista.

Alla luce di una varietà dialettale così profonda, viene da se che l’italiano parlato a Milano non potrà mai essere del tutto uguale a quello parlato a Palermo, anche se gli interlocutori non avessero alcuno conoscenza del proprio dialetto.

Il dialetto infatti vive silenzioso nella penombra, accarezza i ragionamenti taciuti e riemerge ora in una scelta lessicale, ora in una cadenza del parlato.

Fare in modo che quel 20% di diffusione dialettale si estingua per sempre sarebbe una colpa stupida e turpe, come ogni abbandono della nostra memoria storica che ci fa riscoprire orfani di solidissime radici.

 

IMMAGINI: url url

FONTI: http://www.treccani.it/enciclopedia/l-italiano-nelle-regioni_(L’Italia-e-le-sue-Regioni)/