La Tempesta è considerata da molti l’ultima opera di Shakespeare, il gran finale in cui il grande drammaturgo inglese inserisce sé stesso nel personaggio di Prospero, che alla fine del dramma spezza la bacchetta e pone fine al suo potere magico.

Ora i miei incanti son tutti spezzati,
e quella forza che ho è mia soltanto
e assai debole.

Nella Tempesta diretta da Giuseppe Scordio -in scena in questi giorni allo Spazio Avirex Tertulliano– il vero protagonista è Calibano,  che perde le sembianze di mostro per diventare lo stereotipo degli uomini oppressi dal potere.

Anche l’ambientazione cambia completamente: in questo adattamento non c’è spazio per incantesimi e isole sperdute. L’azione si svolge in una terra martoriata dai bombardamenti in cui i Calibani perdono la loro identità e rischiano di morire ogni giorno senza sapere neanche il motivo della loro vessazione.

La storia che va in scena è quella del colonialismo politicamente corretto che è iniziato dopo i fatti delll’11 settembre, quando le potenze occidentali hanno deciso di intervenire in Asia, in Medio Oriente e in Africa usando le forze armate per imporre la democrazia ad una società che si fonda su un credo religioso integrale la cui traduzione significa letteralmente “sottomissione a Dio” (Islam). Spodestando i dittatori locali, il Prospero di turno non ha fatto altro che innescare guerre civili e creare situazioni che in fin dei conti si sono rivelate ancora più instabili per la popolazione civile.

Prospero e Calibano sono entrambi alla ricerca della propria verità ma non riescono a comprendere il concetto di libertà dell’altro perché vivono in due società che funzionano in modo profondamente diverso.

Lo spettacolo di Scordio è molto interessante e affrontando -seppur indirettamente- il tema della democrazia ci riporta alle origini del teatro, che nacque nell’antica Grecia come luogo in cui la comunità si riuniva per raccontare i propri miti e i propri problemi. Nacque come uno strumento della democrazia per indagare la propria realtà politica, morale e sociale fino ad esplorarne i limiti. La democrazia ateniese non fu imposta ma germogliò dal popolo. Come sarebbero andate le cose se avessimo esportato la nostra cultura piuttosto che le nostre bombe?

Regia di  Giuseppe Scordio
Scritto da Gianfilippo Maria Falsina
con Giuseppe Scordio e con Michelangiola Barbieri Torriani,
Valeria Rossi 
e Mattia Maffezzoli. 

scenografia e costumi Francesca Cionti
assistente scenografa Costanza Gorick

In scena allo Spazio Avirex Tertulliano fino al 27 novembre 2016