Parlare delle donne nella letteratura è sicuramente una tematica che richiede più di un semplice articolo di qualche battuta.

Parlare delle donne prima del Settecento pare addirittura impossibile.

Appaiono, scompaiono,  come una luce intermittente. Ma quando si accendono, splendono.

Non si vuol parlare per forza delle donne inglesi dell’Ottocento: Austen, sorelle Bronte, Agatha Christie.

Cerchiamone altre, scoviamo nella memoria letteraria del mondo… Chi troviamo?

Nessuno.

Oppure sono solo strane anomalie, di certo non in grado di competere con un Baudelaire, un Dickens, un Foscolo.

Le donne dovevano aiutare il marito, gestire graziosamente le loro belle case, renderle accoglienti, arredate in un modo che potesse soddisfare i desideri del proprio sposo, dandogli sostegno e supporto con la loro angelica presenza: ma quando si trovavano da sole, nel tempo libero, quelle poche donne istruite, cosa potevano fare?

Immaginiamole così, sedute davanti al camino, o più romanticamente, davanti ad una finestra che dà su un giardino, con il vestito aperto davanti a loro, e sì, per completare il quadro, aggiungiamo anche un’atmosfera autunnale: eccole lì, intente a leggere un libro, a vedersi ritrarre non come sono realmente, ma come gli uomini pensano che siano, a vedersi parlare con termini che non avrebbero usato, esprimere pensieri non loro.

È in questo momento, davanti a quella finestra, che nasce la letteratura femminile: per opposizione, per contrasto con quella degli uomini, per ribadire una propria autonomia, un pensiero differente, una volontà di dire diversa… Perché lasciar parlare gli uomini per le donne, quando loro stesse sarebbero in grado di farlo?

Seguiamo questo pensiero: nasce nella testa, si evolve, si hanno reticenze, la donna si sta già immaginando scrittrice e nel compiacimento si nota una punta di biasimo, ma in realtà si pensa già a come scrivere la storia, a quale sarà la trama.

Eppure sono nobildonne solitarie, scrivono per proprio diletto, senza critiche esterne che le aiutino a migliorare, né un passato letterario cui riferirsi.

Questo è il problema principale: se, come dice Calvino, ogni opera è il sunto di tutte le precedenti, come possono produrre qualcosa di eccezionale le donne, la cui unica base di lavoro è un insieme di opere maschili che non le rispecchiano?

Come esporre i propri sentimenti in un mondo che non capisce?

Con i diari, le poesie, gli pseudonimi.

Bel passatempo la letteratura, ma solo un modo per evadere dalla noia della quotidianità, al massimo per soddisfazione personale.

Ma per vivere? No, solo gli uomini sono abbastanza in gamba per farlo.

Eppure c’è stata Aphra Benn che viveva con il denaro dei propri libri, manteneva se stessa e i propri figli; c’è stata la duchessa di New Castle, Margaret Cavendish che scriveva in prosa e poesia, additata ovviamente come pazza.

Un insieme di pazze che però, come ci ricorda la profetica Virginia Woolf, saranno la base delle opere delle grandi scrittrici dell’Ottocento: un sacrificio che aiuta il mondo letterario più di quanto, ancora oggi, molti uomini rifiutino di ammettere.

Le donne hanno fatto la propria strada da sole, senza un Dante, senza un Milton o uno Shakespeare, hanno lavorato usando ciò che avevano, anzi che non avevano, lanciandosi in un mondo che faceva paura, ma che sembrava l’unica via possibile per non risentire del peso della tradizione: il romanzo.

Avevano paura dei Grandi, ora sono Storia Letteraria.