Di Andrea Ancarani

Oramai è fatta, Donald Trump è il nuovo presidente degli Stati Uniti. Mentre tutti i media, personaggi politici, del mondo dello spettacolo e della cultura nelle grandi città lo insultavano e lo denigravano, Trump è riuscito a farsi ascoltare dalla campagne e da città ex-industriali come Flint che sono state le prime a essere colpite dalla crisi economica e dalla globalizzazione della produzione.
La lettura dell’economia americana data dal Tycoon ha contribuito in modo determinante alla sua elezione, vediamo ora di capire le sue intenzioni in questo campo per il futuro.

La prima manovra del Tycoon sarà un deciso taglio delle tasse con l’obbiettivo di ridurle a una “corporate tax” del 15% anche se ultimamente Paul Ryan, speaker repubblicano della camera ha affermato che un taglio fino al 20% è decisamente più probabile e meno gravoso per le casse dello Stato. C’è invece generale accordo su avere tre fasce di contribuzione per i privati rispettivamente del 12%, 25% e 33% per mettere in atto un seppur debole processo di redistribuzione del reddito. Il taglio delle tasse è senza dubbio una manovra molto popolare e nel breve periodo tende ad aumentare i consumi e alzare i profitti aziendali con effetti positivi sul sistema economico. (THE ECONOMIST, Nov. 12th-18th, 2016)

Le borse hanno applaudito alla riduzione delle tasse ma sono un po’ più preoccupate per le tendenze protezionistiche di Trump. Infatti il neo Presidente si è schierato contro i trattati commerciali (come TTIP, TPP) e a favore di una sorta di protezionismo decisamente anacronistico. Infatti negli ultimi anni la bilancia commerciale, e quindi i consumi di privati, aziende e settore pubblico, è stata in costante e pesante disavanzo. L’idea di Trump è quella di isolare parzialmente gli USA per riportare la produzione in casa e dare lavoro agli americani che hanno subito maggiormente la globalizzazione (la così detta “Main Street” )così da dare nuovo slancio all’economia e riportare la bilancia commerciale i pareggio se non in avanzo.

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Anche se bisogna riconoscere che la globalizzazione ha sicuramente portato degli squilibri nella distribuzione della produzione e della produttività e nella distribuzione del reddito, le incognite a un nuovo protezionismo rimangono tantissime a partire dagli effetti sul dollaro e sui mercati valutari, fino alla valutazione dei miliardi di dollari in buoni del tesoro tenuti nelle casse di Bank of China.

Anche in questa occasione gli Stati Uniti hanno dimostrato di essere tutt’altro che prevedibili, ma soprattutto hanno rimarcato il loro ruolo fondamentale nello scacchiere internazionale con l’elezione di un presidente che, al di là degli slogan da campagna elettorale (recentemente rivisti al ribasso) dimostra di andare in aperta controtendenza rispetto alle politiche di Obama e della politica occidentale. Gli Usa, negli ultimi 8 anni hanno visto il loro Pil e la borse crescere e la disoccupazione calare, ma gli effetti positivi del ciclo economico non sono arrivati ai lavoratori delle fabbriche e della così detta “middle class” che ha visto i propri stipendi ridursi.

Trump vuole cambiare radicalmente questo sistema e il futuro ci dirà se ha ragione o meno.

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Fonti: The economist