La poesia di Michele Mari è uno scherzo. Uno scherzo bellissimo, ma pur sempre uno scherzo. Questo è evidente fin dalla copertina della sua prima e unica raccolta di poesie, Cento poesie d’amore a Ladyhawke, che, come da tradizione Einaudi editore, riporta a caratteri neri su sfondo bianco quella che dovrebbe essere la poesia più rappresentativa del corpus, o almeno quella capace di catturare lo sguardo del distratto viandante da biblioteca:

Verrà la morte e avrà i miei occhi
ma dentro
ci troverà i tuoi

Indubbiamente questa poesia centra perfettamente i suoi obiettivi. Attira l’attenzione, intanto, perché tra i fiumi di inchiostro e copertine pittate un epigramma come quello di Mari risalta, quasi fosse una lapide tra i fiori. Ma si fa anche portavoce e araldo dell’intera raccolta, interamente costruita su un’ironia che mescola elementi pop e cultura accademica, dati autobiografici alla maniera di Petrarca inseriti però in un contesto visceralmente contemporaneo. È in quest’ottica, quindi, che si inserisce il riferimento a Pavese (“Verrà la morte e avrà i tuoi occhi / questa morte che ci accompagna”) presenta nel primo verso: omaggio sentito di un uomo profondamente intriso di cultura letteraria (non a caso Mari è docente di letteratura italiana all’Università Statale di Milano), ma consapevole che la cosiddetta “cultura alta” debba essere de-sacralizzata, rimaneggiata, anche a costo di strapparla a forza dall’empireo a suon di ironia.

Una volta sfogliata, la raccolta si presenta in tutto e per tutto come un canzoniere organico, interamente costruito attorno al rapporto platonico e contrastato tra l’io poetico e la donna amata (Ladyhawke, come nel film del 1985 con Michelle Pfeiffer e Rutger Hauer). Un amore nato sui banchi di scuola, o addirittura prima, fin dalla nascita, come sottolinea iperbolicamente l’io poetico. Mari sfoggia qui l’intero repertorio dell’amore tormentato, e lo fa con uno stile prosaico, volutamente non ricercato dal punto di vista formale; è un esperimento il cui successo di pubblico neanche l’autore stesso riesce probabilmente a spiegarsi, ma che per qualche inspiegabile motivo riesce ad affascinare schiere di giovani e giovanissimi.

Che Mari sia prima di tutto un romanziere è evidente, non solo dallo stile delle poesie, ma anche perché gran parte di esse sembra strabordare narrativa da ogni parola. I riferimenti alla letteratura d’avventura si sprecano, e l’emergere in superficie di tutte le passioni e ossessioni del Mari autore (il cinema di genere, il gotico, il poker, l’ossessione per l’infanzia) non fa altro che creare un microcosmo di legami fittissimi tra le Cento poesie e tutta una serie di altri prodotti narrativi, dalle fiabe al romanzo di Stevenson a Shining.

Di certo Mari non ha rivoluzionato la poesia, ma posso affermare con una certa sicurezza che ha rivoluzionato coloro che la poesia la consumano. Se non altro ha cambiato il mio modo di approcciarmi a questa forma di espressione, troppo spesso cristallizzata in forme scolastiche e inamovibili. Che le si apprezzino o meno, insomma, le cento poesie di Mari riportano il macrogenere poetico con i piedi per terra, e mostrano come si possa frantumare il passato, pur amandolo follemente, alla ricerca di qualcosa di nuovo e personale.

credits