Asphalte” titolo originale della storia che Samuel Benchetrit ci propone, prima nel suo formato cartaceo e poi cinematografico.
Dal suo scritto “cronache dell’asfalto” del 2005 ha prodotto questa pellicola dai toni agrodolci che, lasciandoci un sorriso sulle labbra, riesce anche a parlarci di solitudine ed emarginazione di una provincia francese abbandonata a sé stessa.

L’intera narrazione si svolge in un palazzo fatiscente dove l’ascensore non funzionante costringerà gli inquilini a prendere provvedimenti per cambiarlo, ma uno dei condomini, Sternokwitz, che vive al primo piano, si opporrà a questa decisione giustificandosi e dicendo che lui non ne usufruisce. Arriveranno comunque ad un compromesso: non pagare la sua quota, ma non utilizzarlo mai, per nessuna ragione. La decisione è ragionevole, Sternokwitz accetta, ma un improbabile incidente lo costringerà temporaneamente sulla sedia a rotelle, in questo modo sarà costretto a monitorare gli spostamenti dei suoi condomini per poter utilizzare l’ascensore senza che nessuno lo veda. In una di queste sue evasioni notturne di poche ore, incontrerà un’infermiera in pausa dal suo turno di notte. Tra di loro nascerà una conversazione basata su silenzi e sospiri che spingerà l’uomo ad uscire ogni notte per evadere da quella casa, da quel condominio, che gli ricordano di essere un perdente e andare da quella donna lo crede un fotografo di fama internazionale.

L’ascensore sarà ancora protagonista e causa dell’incontro tra il giovane Charly e l’attrice fallita degli anni ’80, Jeanne. Lui sempre solo, perchè la madre per mantenerlo fa i turni al lavoro, e lei, chiusa nella sua depressione, diventeranno amici, si prenderanno cura l’uno dell’altro in quelle case così vuote. Jeanne mostrerà a Charly il film in cui recitò, che in realtà è “La merlettaia” di Claude Goretta; Charly, con la schiettezza che lo contraddistingue, spronerà l’attrice a riprendere la sua carriera da dove l’aveva abbandonata.

L’ultima strana coppia che si formerà in questo condominio è quella tra la signora algerina Hamida ed il bell’astronauta americano McKenzie, interpretato da Michael Pitt. Hamida è sola, non sa come passare le sue giornate abituata ad accudire la sua famiglia e, da quando il figlio è in carcere, ha perso l’entusiasmo che la anima ma l’atterraggio sbagliato che costringerà McKenzie, di ritorno dallo spazio, a chiedere aiuto alla signora, le farà ritornare il sorriso. Ospiterà l’astronauta senza troppi scrupoli. Laverà la sua tuta, gli preparerà dei piatti fantastici e nonostante la barriera linguistica che li divide (lei francese, lui americano) troveranno nel telefilm Beautiful un modo per comunicare.

La pellicola con i suoi ambienti piccoli, questi appartamenti vecchi ma ben curati, sono resi dall’uso del cinescope formato 1:33 che rende molto bene anche l’idea di invasione, d’osservatore curioso che scruta nelle vite e nelle case dei protagonisti.
Apparentemente scialbe e vuote le vite dei personaggi ci parleranno di una stravagante normalità, un quotidiano fuori dall’ordinario, senza nemmeno rendersene conto. Potremmo essere noi i protagonisti ed essere altrettanto distratti da non renderci conto che quello che stiamo vivendo è qualcosa di singolare; per questo il regista cura con attenzione i minimi dettagli: dalla musica composta dall’artista Raphael, dal film nel quale recitò Jeanne, al rumore, quel suono incomprensibile e in lontananza dal quale tutti sono affascinati e gli attribuiscono un’origine misteriosa e particolare, giusto perchè lì non succede mai niente ed è l’unica cosa interessante e curiosa. Il finale è emblematico ed esplicativo, è il riassunto perfetto di queste vite vissute dai protagonisti come scialbe e monotone. È un’opera eloquente ed ironica, ma solamente per i più attenti osservatori.


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