I Destrage sono una cometa inaspettata in uno scenario metal italiano piuttosto oscuro, se non desertico.

Se negli anni ’80 è stato donato qualche nome (o forse sarebbe meglio “nomignolo”) alla storia del metal internazionale, anche negli anni ’90 si contano sulle dita di una mano i gruppi italiani di rilievo. I triestini Rhapsody of Fire si affermano sulla scena del power/symphonic metal, mentre Linea 77 e Lacuna Coil in quella “alternative”-metal.

In tutti questi anni, però, nessun gruppo raggiunge per impatto, maturità, varietà e innovazione i Destrage. La band è fresca di nuovo disco A means to no End, per Metal Blade e l’ha presentato al circolo Magnolia.

Prima dell’uscita sul mercato, sono stati pubblicati due music video per i brani Symphony of the Ego Don’t Stare at the Edge che hanno entusiasmato e convinto i fan. Il giorno successivo, infatti, il disco era già esaurito nel maggior rivenditore di dischi metal milanese, mentre EMP era in ritardo di una settimana nella consegna dei pre-ordini.

Grandi aspettative e curiosità per una band chiamata a confermare l’eccellente Are You Kidding Me? No. del 2014 (primo con MB). 

I Destrage sono ben consapevoli di quello che fanno e non deludono. Le 13 tracce formano un’onda travolgente dal primo all’ultimo brano, omogenee senza essere ripetitive, con un perfetto mix di violenza e melodia. In A Means to no End, lontani dalle tonalità cupe del deathcore, se ne ritrovano l’alternanza del cantato pulito/grawl e i breakdown, con la poliritmia, la complessità tecnica e strutturale del djent, utilizzando però chitarre a sei corde e accordature dalla tendenza meno grave.

Tuttavia limitare a questi due generi la band, sarebbe poco gratificante dal momento che qualsiasi genere è superato in A means to No End.

Il batterista Paulovich spopola coi suoi tutorial  su Yt, il chitarrista Salati, col collega Di Gioia, è già il “modello” di cui giovani chitarristi provetti potrebbero avere il poster in camera. Paolo Colavolpe, cantante, impressiona nella varietà delle melodie, negli esplosivi passaggi dal suo regolare cantato urlato – di carattere vagamente punk – a un abissale growl da far invidia a molti degli altri “urlatori” delle band di oggi. Non si dimentichi il bassista Gabriel Pignata, al passo con le chitarre, e finalmente più presente in questo ultimo disco.

Concerto esaltante quello di venerdì 28/10 con un pogo continuo dal primo all’ultimo brano, forse il più noto: Jade’s Place . Il resto della scaletta era composto prevalentemente da brani di A Means to No End. Particolarmente apprezzato dal pubblico Blah Blah. Vanno menzionati, per l’occasione, gli inglesi Vodun che hanno aperto il concerto. Il trio “heavy-psycho“, senza basso e con donne sia alla voce sia alla batteria, ha scaldato l’ambiente con grande energia e ritmi incalzanti.

Il (mini)tour dei destrage per la presentazione del disco si concluderà in Giappone, dove li hanno adorati fin dal primo disco.

Sembrerà forse prematuro, vista la giovane età dei componenti, ma i Destrage possono diventare la band metal italiana più importante per influenza e prestigio internazionali di sempre. Nel caso non lo fossero già oggi.