Nel novantesimo della morte di Piero Gobetti (1901-1926) esce a cura di Paolo Bagnoli per Nino Aragno Editore “Il giornalista arido. Articoli (1918-1925)”, che raccoglie alcuni scritti dell’antifascista torninese, a testimonianza del suo impegno civile e politico, che da contingente si fa sistemico e, nella militanza, nulla cede della sua vivacità intellettuale. Una prospettiva filosofica in senso pieno, in cui dall’amore per il sapere attinge le sue forze la rivoluzione liberale. E’ innanzitutto una rivoluzione del pensiero, che deve efficacemente essere diffusa dai mezzi a disposizione dei contemporanei.

Giornalismo ed editoria, dunque, come massime espressioni di un’innovazione responsabile della società, alla quale lo stesso Gobetti dedicò le sue migliori energie. Primo e lungimirante editore di Montale nel 1925 con “Ossi di Seppia”, fautore della diffusione della slavistica in Italia, fondò e diresse numerose riviste: “Energie nove” (1918-1920), “La Rivoluzione liberale” (1922-1925), “Il Baretti” (1924-1928).

I testi raccolti da Bagnoli danno un saggio delle posizioni di Gobetti rispetto alla situazione dell’editoria italiana nei primi anni ’20 e traducono le sue preoccupazioni rispetto alla necessità di una sua rifondazione culturale. Scrive lo stesso Gobetti in proposito:

“Cerchiamo di avvicinarci al concetto di cultura, di distinguerlo subito nettamente da quello di erudizione, di sapere, di dilettantismo accademico. La cultura nasce, è vero, come l’erudizione, da un bisogno di conoscenza, ma se ne separa subito per giungere all’universale. Cultura e organizzazione. (…) Il processo della cultura si identifica con la formazione intellettuale. E’ il fatto dell’organizzazione spirituale, della sistemazione della cultura che qui voglio osservare”.

Sottolineando en passant la mancanza di “buone traduzioni dalle opere importanti delle letterature straniere” – lui stesso si dilettò a tradurre dal russo – approda a una ridefinizione della figura dell’editore, quale artefice del processo di formazione culturale sopra descritto.

“Per me l’editore deve essere tutt’altro che uno speculatore o un mercante. (…) Non basta che sia un uomo, come si suol dire, colto. Colto, oggi, rappresenta una persona che legge i giornali, le riviste, sfoglia le novità librarie, giudica di musica e di filosofia. Un uomo simile nel campo librario sarà un tipografo, non un editore. Perchè come tale egli deve essere un organizzatore (…) La necessità moderna dell’unità, fortissima appunto nel dilagare del sapere e nel prodigioso aumentarsi della produzione letteraria porta a volere un pensatore nella funzione editoriale. Un pensatore nel vero senso della parola; non un filosofo, intendiamoci. L’editore deve rappresentare un intero movimento di idee”.

Riflessioni, queste, che traggono dalla loro serenità e chiarezza la spinta verso il futuro, sempre che trovino, oggi, qualcuno disposto ad accoglierle. Ce ne sarebbe bisogno, tra un’editoria che annaspa, un paradigma culturale sempre più svuotato e, ogni tanto, qualche buona idea. Che tutti si sentano chiamati in causa, perchè “il pubblico ha l’editore che si merita e viceversa”, ammonisce Gobetti.

Fonti:

Produzione intellettuale propria

Immagine: https://upload.wikimedia.org/wikipedia/it/thumb/2/2f/PieroGobetti.jpg/220px-PieroGobetti.jpg