Alessandro Mannarino è un cantautore romano. Si può definire un cantastorie, di quelli che ti pizzicano le corde del cuore in modo tenue con ballate malinconiche che ti risvegliano da uno stallo emotivo con pezzi movimentati e trascinanti, facendoti sorridere. Mannarino è un pungente cantastorie dell’attualità, che dedica i suoi pezzi ai personaggi disgraziati dei porti, delle vie della città oscure di notte e brulicanti di persone di giorno, ma è sempre in bilico, indeciso fra il mondo vero, straziato, e un mondo pieno di simboli, di passioni, che racchiude segretamente in sé la felicità.

Uno dei pezzi più profondi e gremiti di significato è Merlo rosso, che vede la collaborazione della cantante Claudia Angelucci. Giordano Torreggiani, regista, attore e musicista, è stato coinquilino di Mannarino tra il 2010 e il 2011, mentre nasceva il secondo album intitolato Supersantos; in un’intervista, ha rivelato, oltre alla tendenza dell’artista di indossare sempre il suo caratteristico cappello quando usciva di casa e alle sue doti culinarie per il risotto alla zucca, l’origine del brano sopracitato: «Un giorno rientrò in casa dicendo che gli avevano raccontato una favola, era entusiasta e si mise subito a scrivere».

La favola che ha udito per strada il cantante era un racconto di Oscar Wilde, L’usignolo e la rosa. Nella canzone, un merlo dal petto rosso cerca di salvare una ragazza in lacrime per il dolore da cui è afflitta, così si china su una rosa bianca, tingendola col suo sangue. Il fiore dato in dono simboleggia il sacrificio del merlo per la felicità della donna e questa continua a sentirlo cantare dall’aldilà.

Nel racconto, in realtà, il sacrificio del merlo è inutile. La creatura muore per permettere ad uno studente di filosofia di far innamorare di lui una ragazza che voleva una rosa rossa. Catturato dalla sincerità del sentimento del ragazzo, l’usignolo decide di cercare una rosa rossa nei rosai della città, ma ne trova solo di colore bianco o giallo. L’unico modo è quello di squarciarsi il petto con una spina per colorarla col suo sangue. Infine, muore per il profondo amore del ragazzo, anche se questo non otterrà la gratitudine della ragazza di cui era follemente innamorato, poiché lei non accetterà il dono, preferendo i gioielli regalati da un altro uomo.

Il canto delle strofe è suggestivo e malinconico, pare quasi una ninna nanna per la fievole voce della donna che sussurra le parole man mano che si avvicina la morte del merlo. Poi, quella roca e profonda di Mannarino che rappresenta il portavoce del merlo dall’inferno, fa piangere il cuore. Il racconto contiene una morale ma anche un nascosto risentimento che Wilde provava nei confronti della società vittoriana; è un po’ come le sberle d’ironia che Mannarino lancia agli snob altolocati, nelle sue canzoni, ma qui è diverso: si vuole mettere in luce il sacrificio di una creatura in nome dell’amore.

«Non puoi arrivare con la tua barca in mondi nuovi se non hai il coraggio di lasciare il proto sicuro. Scrivere un nuovo disco significa trovare la libertà di lasciare il noto per l’ignoto… E vedere dove ti portano la melodia, le immagini, i suoni delle parole. Un po’ di malinconia, nel salutare le parti di te che devono lasciare spazio a qualcosa di sconosciuto». Questo è il messaggio che avremmo trovato sul sito ufficiale di Mannarino, fino a una settimana fa. Questo prima che fosse svelata la notizia di un suo concerto il 25 marzo a Roma, in vista del nuovo album e delle nuove storie che sono previste per l’inizio del 2017. Inutile palesare l’entusiasmo dei suoi fans per questa rivelazione e per un eventuale tour futuro.