di Martina Difilo

Viviamo con “qualcosa” costantemente attaccato a noi. Un oggetto che ormai fa talmente parte della nostra quotidianità, della nostra vita, da poter essere considerata ormai una parte del nostro corpo, un sottile prolungamento della nostra mano: lo smartphone.

È così radicato nelle nostre abitudini, da sembrare indispensabile. Riuscireste ad immaginare una giornata senza il vostro smartphone? Senza social, senza essere raggiungibili da chiunque in qualsiasi momento, niente messaggerie istantanee, niente internet ad accompagnare qualsiasi attività voi svolgiate.

Vi è mai capitato di essere ad un concerto e, sul più bello, sulla canzone più famosa di tutte, vedere un esercito di telefoni alzarsi sopra le teste? Eccolo lì, il prolungamento della nostra mano o, meglio ancora, delle nostre stesse emozioni. Siamo così assorbiti dalla dipendenza dei nostri smartphone che arriviamo a vivere un evento attraverso la mediazione di uno schermo, anche quando ci capita davanti agli occhi poco più oltre.

L’uso dello smartphone è così radicato nella nostra vita, che abbiamo addirittura sviluppato una nuova “patologia”: la nomofobia, o sindrome da disconnessione. Dall’inglese no-mobile, unito a fobia, la nomofobia è la sensazione di perdersi qualcosa, se non si controlla costantemente il cellulare. Lo studio di questa patologia è cominciato nel 2008, con un sondaggio che ha rivelato che ne sono più soggetti gli uomini, piuttosto che le donne.

Nel 2010 l’Università Federale di Rio de Janeiro l’ha definita come una dipendenza patologica, piuttosto che un disturbo d’ansia; una ricerca del 2014 condotta da Il Fatto Quotidiano, ha rivelato che persone di tutte le età non riuscirebbero a vivere senza smartphone, indicando come stato d’animo principale l’ansia, scaturita dalla lontananza dal cellulare. Anche se, ovviamente, i più soggetti sono i giovani, gli adolescenti, e ancor più i “nativi digitali”, chi ha imparato ad usare uno smartphone ancora prima di cominciare a parlare. È del 2015, invece, la richiesta di inserire la nomofobia nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali.

Stiamo quindi parlando di una vera e propria “tossicodipendenza”, una di quelle senza sostanze, come la ludopatia. Stiamo permettendo alla tecnologia non solo di semplificarci la vita, ma di farne parte a tal punto da non poterne più fare a meno.

Negli studi sulla nomofobia sono descritti i campanelli d’allarme, comportamenti che dovrebbero farci riflettere su quanto il nostro smartphone sia indispensabile per il nostro stare bene: dal possederne più di uno, al continuo controllo del livello di batteria, oltre che non andare da nessuna parte senza un caricabatterie o una batteria alternativa. Tra i sintomi c’è l’ansia di perderlo, ma anche solo quella scaturita dal non averlo a portata di mano, il controllare continuamente lo schermo (da qui la ringxiety, l’ansia da squillo, ovvero aver paura di non sentirlo suonare). Ma anche tenerlo accesso h24, dormirci insieme, evitare i luoghi in cui non può essere usato o usarlo dove non si potrebbe.

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Ovviamente questa tecnologia, questo contatto continuo, non ha solo aspetti negativi: in qualche modo rende più facile la nostra vita, ci aiuta ad organizzarla e quel contatto continuo può essere utile, soprattutto se qualcuno a cui teniamo vive lontano da noi. Le distanze sono praticamente annullate (a meno che quel qualcuno non vogliate abbracciarlo, per fortuna questo il nostro smartphone ancora non lo può fare).

Dovremmo provarci tutti, un giorno solo, a vivere senza smartphone per provare il piacere di abitudini perdute, o che qualcuno, data la giovane età, magari non ha mai avuto: perché ci sono generazioni “di mezzo”, che hanno conosciuto gli smartphone solo in età adulta o quasi, e generazioni che sono nate “con lo smartphone in mano”, che davvero non riuscirebbero mai ad immaginare una vita senza.

Forse quelle ventiquattr’ore senza smartphone le passeremmo in agonia, attendendo solo il momento di riaccenderlo, osservando un’antiquata lancetta scandire i secondi che si separano da lui. Poi, finalmente, potremo riaccenderlo e, in un certo senso, tornare a vivere, per come siamo abituati a farlo.

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