Ci sono libri caratterizzati da una semplicità espositivo-narrativa che riescono ad offrire al lettore una pluralità di spunti interpretativi; a buon ragione ascrivibile a questa categoria è Il Segreto del Bosco Vecchio[1] di Dino Buzzati. Secondo romanzo dell’autore bellunese, il Segreto viene pubblicato per la prima volta nel 1935 da Treves-Treccani-Tumminelli. Composto da circa centocinquanta pagine (suddivise in quaranta capitoli di breve estensione), racconta le vicende di Sebastiano Procolo, colonnello in pensione dal carattere rigido e meticoloso, che riceve in eredità una porzione di tenuta boschiva, chiamata Bosco Vecchio dagli abitanti del luogo, presso la località Valle di Fondo. Presto gli interessi del Procolo vengono a scontrarsi con le ragioni degli spiriti abitanti della foresta, che cercano di opporsi al taglio degli alberi voluto dal nuovo padrone. Il colonnello riesce poi a stabilire un patto con gli spiriti silvani grazie all’alleanza con un’entità temuta in tutta la foresta, il Vento Matteo. É così che, stabilita la propria supremazia sul Bosco Vecchio, Sebastiano comincerà a provare l’oscuro e perverso desiderio di uccidere il nipote Benvenuto, dodicenne orfano residente in un collegio poco distante e beneficiario della porzione di bosco più ampia, per godere pienamente delle sostanze lasciate in eredità.

Il Segreto potrebbe quindi, almeno superficialmente, apparire come una lettura leggera e poco impegnativa. In realtà le tematiche affrontate sono tutt’altro che leggere. È possibile individuare almeno tre grandi nuclei tematici presenti nell’opera: la dimensione magico-fiabesca, il tempo ed il mito.

Un mondo fatato

Le vicende narrate ruotano attorno al Bosco Vecchio, “la foresta sacra dove affondano le loro radici l’infanzia dello scrittore e quella dell’umanità”[2], dimora magica e misteriosa di spiriti degli alberi e animali parlanti. Proprio la parola, facoltà esclusiva dell’essere umano, è qui concessa sia ad animali sia ad oggetti inanimati. Ecco, dunque, una gazza che recita poesie, il vento che intrattiene gli abitanti del bosco con le sue canzoni, un topo che si lamenta di dover dividere il proprio letto con un ragazzo. La personificazione di animali ed oggetti è certamente un tratto caratteristico del racconto favolistico-fantastico, ma Buzzati riesce con il suo stile a farlo proprio e ad esporlo in modo originale. Infatti Claudio Toscani, nella sua introduzione nell’edizione “Oscar Moderni” del Segreto, afferma che: “Non è debitore a nessuno, Buzzati, della sua concezione del fantastico letterario”. Forse, però, possiamo individuare una più precisa origine di questa particolare concezione nelle suggestioni suscitate, per stessa ammissione dell’autore, dalle illustrazioni di Rackham. Suggestioni rintracciabili non solo nell’attività pittorica di Buzzati, come sostiene Valentina Polcini nel saggio Buzzati e Rackham: una lettura intertestuale e intersemiotica di Bàrnabo delle Montagne e il Segreto del Bosco Vecchio pubblicato su Studi Buzzatiani XIII nel 2008, ma anche nella sua attività di scrittore, specialmente nell’età giovanile. Anche Rackham ci racconta, con le sue splendide illustrazioni, un mondo fatato, magico e seducente; e, nel farlo, attua quella “personificazione fiabesca” di cui si parlava prima, disegnando volti bizzarri sul tronco degli alberi o dando tratti umani alle raffigurazioni degli animali della foresta. La concezione del fiabesco di Rackham rimane comunque legata ad una dimensione ludico-didattica, mentre quella di Buzzati è decisamente malinconica ed incentrata su un rapporto distante e difficile tra il mondo dell’uomo e quello della natura.

Il tempo

Il mondo fiabesco entra in contatto, nel romanzo, con un tempo che a tratti si fa quasi cronachistico. Avviene così che, nell’originalità artistica di Buzzati, il genere a-temporale o fuori dal tempo del racconto popolare si amalgama con quello del giornalismo. Abbiamo dei riferimenti temporali così precisi da poter calcolare con esattezza la durata della vicenda: più o meno un anno e mezzo, dalla primavera del 1925 al primo di gennaio del 1927. Questo avviene perché l’autore vuol far rientrare il suo “fantastico” nei confini del reale. Ma nell’opera vi sono altre due tipologie temporali. Prima di tutto, il tempo lineare della fabula e dell’intreccio, spezzato da alcune alterazioni come analessi e prolessi o da alcuni episodi a sé stanti; d’altra parte, il tempo inteso come dimensione della giovinezza e della maturità. La giovinezza è l’età in cui è ancora possibile stabilire un rapporto con l’aspetto magico della natura, mentre la maturità determina una rottura con esso. Ecco, quindi, che i due protagonisti, Benvenuto e Sebastiano, incarnano rispettivamente l’uno e l’altro aspetto.

Il mito

I protagonisti sarebbero, dunque, dei veri e propri archetipi; il saggio Figure mitologiche e immagini archetipiche in “Il segreto del Bosco Vecchio” di Dino Buzzati di Vittorio Caratozzolo mette in relazione la figura di Sebastiano a quella mitica di Urano e Crono/Saturno, i quali “con violenza rifiutano i propri figli per timore di esserne detronizzati”. Il personaggio di Benvenuto, invece, sarebbe accostabile all’immagine del fanciullo divino, creatore di conflitti all’interno dell’uomo. La figura del Bosco Vecchio sarebbe, secondo Caratozzolo, accostabile all’Ade, a cui viene attribuita, nell’analisi psicologica del mito, la funzione di regno delle anime e dell’inconscio. Dunque, una volta chiarite le rispettive immagini archetipiche che si celano dietro a queste tre figure, è facile giungere ad una sensata conclusione interpretativa. Benvenuto, figura dionisiaca, riesce a comunicare col Bosco Vecchio, cioè con l’inconscio, cosa che Sebastiano non è più in grado di fare e per questo adotta un atteggiamento aggressivo verso il puer, minaccia di una primitività caotica. Questa linea di lettura dell’opera è avvalorata dal fatto che “Il romanzo di Buzzati sembra addirittura giovarsi del vento propulsivo che al tempo stesso sospinge Jung nelle sue ricerche sull’inconscio collettivo”.

 

Il segreto del Bosco Vecchio è un romanzo ricco, caratterizzato da una prosa elegante e armoniosa. Buzzati fonde con originalità elementi fantastici di stampo folkloristico ad elementi realistici e ci restituisce una narrazione unica e stupefacente per la sua profondità. Un libro che ognuno di noi dovrebbe leggere, perché tutti, nella nostra infanzia, abbiamo mosso dei passi all’interno del nostro personale Bosco Vecchio.

 

 

Per la stesura dell’articolo sono stati utilizzati, come riferimento, i seguenti saggi:

  • “Tra i rami degli abeti i venti principiarono le loro canzoni” il tempo nel Segreto del Bosco Vecchio fra dettaglio realistico e trasfigurazione fantastica, di Silvia Zangrandi, su Studi buzzatiani IX, 2004
  • Buzzati e Rackham: una lettura intertestuale e intersemiotica di Bàrnabo delle Montagne e il Segreto del Bosco Vecchio, di Valentina Polcini, su Studi buzzatiani XIII, 2008
  • Figure mitologiche e immagini archetipiche in “Il Segreto del Bosco Vecchio” di Dino Buzzati, di Vittorio Caratozzolo, su Strumenti critici, Fascicolo 1, gennaio 2002

 

credits

 

[1] L’edizione di riferimento per la stesura dell’articolo è: Dino Buzzati, Il Segreto del Bosco Vecchio, Mondadori, 2016, Milano

[2] Op.cit., introduzione di Claudio Toscani